SCUOLA/ Così i nostri figli diventano “adulti” virtuali

La tesi che il social media è in sé neutro e bisogna saperlo usare non tiene conto dell’impatto che ha sul sistema percettivo dell’uomo. Un monito per i prof. GIAN LUCA BARBERO

21.09.2017 - Gian Luca Barbero
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LaPresse

Devo dire che vedere Bocelli diretto da un robot al Festival della Robotica di Pisa mi ha fatto un certo effetto. Non tanto per il robot in sé, quanto perché non sono chiari i confini verso cui ci si inoltra. Si tratta semplicemente di una replica di funzioni meccaniche programmate, o degli albori di una creatività artificiale, qualcosa che, una volta avviato, procede poi autonomamente fino a chissà dove? Ammettiamolo: al momento non si sa, si dice che è un’eventualità quasi impossibile, ma, in fondo, l’inquietudine resta. Non è forse, la nostra, l’epoca dove si pretende di aver messo fine alla parola “impossibile”? Ipotetici scenari, prefigurati in diversi film, fino a ieri di fantascienza, oggi non sembrano più tali.

Nella scorsa puntata, prendendo le mosse dal bell’intervento del Governatore della Banca d’Italia al Meeting di Rimini, accennavo alla necessità di andare oltre l’economia, ponendo il problema di una non troppo futuribile mutazione genetico-digitale dell’uomo. Gli adolescenti di oggi, ad esempio, vivono attaccati allo smartphone, che a tutte le latitudini rappresenta un prolungamento della personalità. Ho una nipote di 12 anni, spesso persa nel suo tablet, dove guarda video, che ormai sostituiscono la televisione. Un po’ curioso, devo dirlo, sono andato a sbirciare, solo per vedere che cosa guarda con tanta attenzione. Il “Double C blog” è uno dei più gettonati. Sono due ragazze — giovanissime e molto simpatiche — che rappresentano situazioni quotidiane, dialogano tra loro come si farebbe in tante occasioni, tipo “Le 10 cose che ti fanno più innervosire” (“incazzare” nel titolo originale del video) e parte la scena: starnutire e chiedere continuamente i fazzoletti all’altro, fare chiasso mentre l’amico o l’amica sta ascoltando musica, o parlando al cellulare, televendita (“sono X di te le rompo io”)…Oppure “Back to School“, con la selezione delle cose che si comprano per la scuola e come usarle per vincere la noia delle lezioni. 

Sono in fondo banalità che diciamo e facciamo tutti, ma mi ha fatto impressione vederle rappresentare lì in piazza, per così dire; la piazza che nella nostra tradizione è soprattutto il luogo dove ci si incontra e ci si confronta. Qualcuno, focalizzandosi sui contenuti, potrebbe obiettarmi che le sit-com di moda negli anni Ottanta non erano più intelligenti. Ciò è certamente vero, quanto ai contenuti. Ma spostiamo l’attenzione sul medium: la televisione degli anni Ottanta era riservata a certe ore della giornata (normalmente la sera, prima di andare a letto, dopo aver fatto i compiti e tutto quello che si doveva fare), che per natura sua non abbandonava l’area della fiction: nessuno avrebbe pensato che Happy days fosse realtà, anche se, magari si cercava di imitare goffamente Fonzie, durante l’intervallo a scuola.

I social media rendono la cosa profondamente diversa, molto più potente: due ragazze normali diffondono il loro modo di essere girando un video, in un luogo magari a pochi chilometri di distanza (è indifferente l’ubicazione): niente più attori, niente più trama, per quanto superficiale; è semplicemente la ripresa delle loro conversazioni, quelle che un tempo nessuno si sarebbe sognato di registrare. E’, insomma, l'”uomo virtuale”, senza pause, né soluzioni temporali: non è forse un tratto tipico del nostro tempo quello di non saper distinguere spesso tra reale e virtuale?

Per questo motivo, a mio avviso, la tesi che il social media è in sé neutro e bisogna saperlo usare non regge, non tiene conto dell’impatto del social media sul sistema percettivo dell’uomo e, quindi, sul modo stesso di conoscere. Il forte ampliamento dei sensi, operato dal social, genera una situazione di torpore, dalla quale non è così facile svegliarsi, con la conseguente perdita del senso della realtà: “ciò che coglie la realtà è l’attenzione: più il pensiero è autentico, più l’oggetto si colma d’essere“, dice Simone Weil, offrendoci una preziosa indicazione.

Se passiamo ora al mondo degli adulti non troviamo, a mio parere, una grossa differenza. Prendendo i mezzi pubblici, si vede stabilmente la gente persa sui social, impegnata in varie chat. Da lunghi grappoli di Whatsapp si potrebbe ricostruire la storia di rapporti affettivi: messaggi, timidi e normali all’inizio, alludono a parole inespresse, che si spera il destinatario colga immediatamente (se no ci si irrita o ci si deprime), poi l’emozione più acuta, per spegnersi progressivamente nell’amarezza della perdita o dell’abitudine (che è lo stesso). Su tutto ciò veglia la piazza (virtuale) con i suoi consigli o le sue invettive. Non c’è più nemmeno lo spazio per pensare a come rispondere, se non per liberarsi dal turbamento, o suscitarne il meno possibile. Non è forse la trasposizione virtuale di tante storie vissute? Ma dov’è il significato del vissuto? Va ancora di moda porsi questa domanda, o è una domanda da clown?

Una comoda e tranquilla pianura conduce dall’adolescente all’adulto: nessun salto, nessuna breccia verso una sensibilità nuova, nel senso più elementare del termine, cioè sentire che non si è più bambini.

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