SCUOLA/ Più Francia e meno Italia farebbero bene ai dirigenti scolastici

Il concorso 2017 sta subendo continue variazioni che ne minano correttezza e validità. La centralizzazione dei concorso pubblici è fallita, bisogna cambiare

20.12.2018 - Max Ferrario
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Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

Il concorso per dirigenti scolastici 2017 sta subendo continue variazioni nel suo iter che ne mineranno la correttezza e validità anche in termini di capacità di selezione del personale. L’ultima novità è l’abolizione della fase di formazione successiva all’orale, che invece era una cosa buona e giusta per dare un congruo periodo di affiancamento e formazione sul luogo di lavoro ai nuovi dirigenti, che in seguito, da soli, dovranno gestire istituti sempre più complessi.

I dirigenti scolastici provengono da ruoli, quelli dei docenti, che hanno professionalità molto diverse da quelle richieste a chi deve dirigere un istituto. E invece, dopo aver superato l’orale, subito al lavoro. Un po’ come se uno dovesse dimostrare di saper nuotare dopo un corso di nuoto per corrispondenza, magari dopo aver visto un bel video che mostra lo stile più armonico da adottare in vasca a ogni evenienza. Si spera, quindi, nel pronto soccorso dei salvagente dello staff di dirigenza e soprattutto dei Dsga (direttori dei servizi generali e amministrativi), ma questi ultimi non è che abbondino, tant’è vero che c’è in corso una procedura selettiva anche per loro.

La motivazione di questa scelta fornita dal ministro Bussetti è che altrimenti non si riuscirebbe a nominare i nuovi dirigenti entro il 1° settembre 2019, data ritenuta improrogabile vista l’estrema carenza di organici, soprattutto in alcune regioni del Nord Italia.

Anche il reclutamento dei docenti è stato modificato con una riduzione delle tempistiche di immissione in ruolo. Infatti il Dlgs 59/2017, che istituiva i percorsi di formazione per i docenti di scuola secondaria, i cosiddetti Fit, sarà di fatto abolito per tornare alla classica immissione per concorso.

Contemporaneamente è stato raggiunto l’accordo tra le parti per un aumento stipendiale dei dirigenti scolastici che mediamente dovrebbe aggirarsi attorno ai 540 euro mensili netti. Di questi tempi sembra molto, ma anche i dirigenti dello stesso comparto, che non dirigono istituti scolastici hanno avuto il loro aumento, anche se inferiore, e quindi il divario tra dirigenti dello stesso comparto di serie B (scuola) e di serie A (gli altri) resta comunque molto ampio.

La ragione vera di tutto ciò sta nella volontà di recuperare risorse per le priorità delle politiche di governo, che non riguardano istruzione e ricerca, e nella volontà di calmare le proteste dei dirigenti e in generale del comparto scuola per la situazione contrattuale e lavorativa, con aumenti stipendiali per i primi e con il depotenziamento progressivo delle prove Invalsi di quinta secondaria per i secondi. Il contemporaneo accorpamento di agenzie governative che non erano tutte nelle grazie di docenti e sindacati, come appunto l’Invalsi, l’Indire e l’Anvur (per l’università), permetterà un ulteriore risparmio, penalizzando sicuramente, almeno per l’istruzione, la capacità di queste agenzie di sostenere le decisioni governative in materia di politiche per l’istruzione.

Un parallelo tra Francia e Italia, anche se risalente a dati del 2011, può aiutare a capire meglio come sono considerati i dirigenti della pubblica istruzione al di là delle Alpi e come invece sono considerati nella nostra bella penisola. Innanzitutto, il ministero francese predispone una guida, che non è il bando, con tutte le informazioni utili, depurate da inutili riferimenti normativi, per chi vuole affrontare il concorso, in cui sono esposte in forma chiara e sintetica le caratteristiche richieste dalla professione di dirigente scolastico: profilo professionale, tipologia di direzione, risultati dei concorsi precedenti, occasioni di preparazione sia prima della selezione che durante lo stage, si badi bene biennale, di formazione, lo sviluppo di carriera e altre opportunità. Insomma, uno da subito se vuole ha in mano gli strumenti per sapere cosa lo aspetta.

Da noi sembra invece che queste cambino con le stagioni che passano tra la pubblicazione del bando e l’immissione in ruolo.

In Francia l’ingresso al concorso è caratterizzato, almeno lo era nel 2012, dalla presentazione da parte dell’aspirante di un portfolio professionale che accompagna il candidato lungo l’iter selettivo ed è oggetto anch’esso di valutazione. Certamente è presente un’attenzione maggiore verso la competenza del candidato rispetto alla mera valutazione dei titoli prevista invece dai bandi nostrani.

Dopo il concorso, in Francia, che non dimentichiamoci ha scadenze annuali rispettate le quali di conseguenza riducono enormemente la platea di coloro che presentano domanda di partecipazione, è prevista una formazione biennale in alternanza gestita da una “Scuola superiore di educazione nazionale”.

Queste sono solo alcune delle differenze, ma ve ne sono numerose altre tra Francia e Italia e sempre a sfavore nostro.

Abbiamo atteso questo concorso dal 2014 e ora, come prevedibile, si è arrivati al punto di non sapere più come gestire in modo serio il reclutamento dei dirigenti, presi dalle esigenze di bilancio e dalla fretta delle immissioni da fare entro l’inizio dell’anno scolastico 2018/2019.

La centralizzazione dei concorsi pubblici per dirigenti scolastici non si sta dimostrando più affidabile della precedente regionalizzazione del 2011 e soprattutto si dimostra, ancora una volta, quanto poco in Italia si ha a cuore, almeno a livello di amministrazione centrale, la professionalità dei lavoratori nell’ambito dell’istruzione pubblica.

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