SCUOLA/ Gli 11 tavoli di Bussetti, un’ottima mossa per non cambiare nulla

Il ministro Bussetti ha istituito 11 gruppi di lavoro su 11 temi della scuola, non per fare grandi riforme ma per agire in modo mirato.

08.12.2018 - Luisa Ribolzi
Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

Alcuni anni e alcuni ministri fa, un arguto capo di gabinetto (ce ne fossero…) nella pausa caffè di un convegno mi disse con un mezzo sorriso: “se un ministro non vuol fare una cosa, non c’è bisogno che si opponga, basta che istituisca una commissione”. “Bussetti apre un nuovo cantiere”, comunicava qualche giorno fa la stampa specializzata: sarebbe pronto il decreto che istituisce 11 gruppi di lavoro su 11 temi che costituiscono le priorità per il 2019. Nel testo la parola commissione non compare, sostituita dal “cantiere”, già comparso in anni recenti, e dai sempreverdi “gruppi di lavoro”: compaiono di sfuggita verso la fine i “tavoli”, probabilmente anch’essi passati di moda. Ma insomma, non facciamone una questione nominalistica e cerchiamo di capire di che cosa si occupano, se hanno qualche possibilità di successo o sono la riverniciatura dell’immobilismo da commissione ben noto ai burocrati.

Questi temi sono indicati dal ministro come “priorità”. La ministra Giannini ne aveva fissate una ventina, mi pare di ricordare 23, con esiti modestissimi, e comunque, 11 priorità è già meglio di 23, e potrebbe essere segno di un’ammirevole sobrietà. I temi sono: attività sportive scolastiche; bullismo e prevenzione; cultura umanistica; équipe territoriali; inclusione scolastica; istituti tecnici e professionali; percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento; primo ciclo e zero/sei; quadriennali e scuole innovative; soft skills ed educazione civica; valutazione del sistema scolastico. Si specifica poi che i gruppi di lavoro, composti da professionisti con competenze specifiche, svolgeranno la propria attività a titolo gratuito e agiranno con un approccio operativo: dopo una fase di analisi e approfondimento, presenteranno proposte di carattere amministrativo o normativo. I primi risultati sono previsti già entro aprile 2019.

Ma basta commenti generici,  vediamo il contenuto.  Non posso fare a meno di pensare che si tratti di un pot pourri di temi di rilevanza ben diversa e di varia natura: alcuni  sono di contenuto (la cultura umanistica e le competenze trasversali), altri di struttura (primo ciclo e zero/sei, istituti tecnici e professionali), e via discettando, alcuni annosi, come l’inclusione, altri relativamente nuovi, come la lotta al bullismo. In alcuni casi si poteva intervenire in modo più specifico: ad esempio, la valutazione dei cosiddetti “licei brevi” era già prevista dal bando, e si potrebbe fare seguendone le prescrizioni, e magari chiedendo alle scuole che li hanno attivati di effettuare un monitoraggio interno. L’attività sportiva poteva essere collegata al monitoraggio in atto, di buona qualità, sui licei sportivi.

E’ totale il silenzio su temi fondamentali come l’autonomia, il raccordo fra settore statale e paritario, il raccordo con la formazione regionale, e non parliamo degli insegnanti, oggetto da sempre di misure tanto specifiche quanto inefficaci: del resto, il ministro dichiara che non vuole macro misure, riforme ad ampio raggio, ma interventi mirati su singoli punti ritenuti non funzionali (qualcuno ricorda il “cacciavite” di Fioroni?). 

Anche così, mi pare veramente improbabile che i cantieri, o come li vogliamo chiamare, sia pur operando con un approccio pragmatico, riescano a fare proposte operative già nel corso di quest’anno. Non è una critica ai componenti, tra cui figurano persone di indiscutibile valore ed esperienza: è una critica al processo decisionale, e la conclusione che ho tratto da anni di esperienza personale.

Ho perso il conto delle commissioni di cui ho fatto parte negli ultimi trent’anni: alcune hanno funzionato egregiamente, altre hanno prodotto ben poco; alcune sono arrivate a formulare proposte concrete, altre solo vaghi suggerimenti, e questo non per merito o demerito dei componenti, ma per i vincoli del contesto. Mai, dico mai, l’esito finale è stato l’adozione in tempi brevi di quanto suggerito: la decisione, o più spesso la non decisione, è sempre nata da un patteggiamento di natura essenzialmente politica, o più raramente da questioni di costo.

In un quadro in cui l’incertezza delle condizioni politiche, i vincoli di spesa, la conflittualità degli interlocutori crescono continuamente, immaginare che si possa passare, cito parole del ministro riferite dalla stampa, dalle parole ai fatti, con azioni che consentono i giusti tempi di analisi, e con relazioni almeno semestrali all’ufficio legislativo (la prima forse a maggio, dopo le europee?) mi sembra denotare, più che l’ottimismo della volontà, la latitanza della ragione.

Un’ultima nota relativa al fatto che i professionisti con competenze specifiche lavoreranno a titolo gratuito: considero questa formula ormai onnipresente come una specie di sfoggio di populismo. Quando ero professore universitario, e quindi dipendente a tempo pieno dello Stato, consideravo giusto che il tempo di consulenza al ministero non venisse retribuito, anche se magari più impegnativo, perché faceva parte in qualche modo del contratto di lavoro. Ma per chi esercita un’altra professione mi pare piuttosto una svalutazione, quasi che chi viene – giustamente – pagato per il suo lavoro sia necessariamente condizionato e “complice” di chi lo paga. Non è così, e in più nella nostra società il lavoro a titolo gratuito è lavoro di serie B, a meno che non si tratti di volontariato. Ma forse il ministero dell’Istruzione può essere considerato alla pari delle favelas brasiliane, o delle periferie violente delle grandi città, e si può lavorarci solo per fare del bene…

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