SCUOLA/ Galli della Loggia, quando la realtà è vittima di paternalismo e centralismo

- Emanuele Contu

“Cattedre più alte per i prof”: è la sintesi delle 10 richieste contenute nella “Lettera sulla scuola” che E. Galli della Loggia ha inviato ieri al nuovo ministro. EMANUELE CONTU

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Scuola (LaPresse)

Siamo stati in molti a saltare sulla sedia, ieri mattina, nel leggere la “Lettera sulla scuola” che Ernesto Galli della Loggia ha inviato al neo-ministro Bussetti tramite le colonne del Corriere della Sera. Non sono tanto le singole proposte dell’autorevole editorialista a lasciare di stucco, singole proposte che sono un decalogo di richiami ai bei tempi andati (quando il professore stava sulla predella, gli alunni si alzavano in piedi, i genitori si facevano gli affari propri…) e di inviti autarchici ad andare in gita nelle città italiane. Ciò che stupisce è piuttosto la scarsa consapevolezza di cosa siano le scuole italiane oggi, quale il ruolo del ministero alla luce dell’autonomia scolastica, quali le conseguenze della riflessione pedagogica sull’impostazione stessa del dispositivo-scuola. E ancora di più, le parole di Galli della Loggia tradiscono una visione dell’educazione che poco si concilia con una concezione dell’uomo come persona libera perché responsabile di sé.

Ma andiamo con ordine.

Il primo problema è che Galli della Loggia ha una visione napoleonica della scuola e del rapporto ministero-scuole. Ignorando tutto quanto è intervenuto a partire dalla legge 59 del 1997, che attribuiva alle istituzioni scolastiche personalità giuridica e autonomia, egli probabilmente pensa che il ministro abbia davvero il potere per comandare alle scuole di collocare delle predelle sotto alle cattedre, far alzare gli studenti in piedi all’ingresso del professore, scegliere di andare in gita a Venezia piuttosto che a Berlino, tenere aperta al pomeriggio una “biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni”.

Non si tratta qui di condividere o meno le singole proposte: sull’apertura pomeridiana delle scuole si lavora da anni, spesso con buoni se non ottimi risultati, ma non sta certo al ministro stabilire che lo si debba fare per proiettare “il buon cinema” quando magari le necessità del territorio sono di tutt’altro genere. L’idea di affidare agli studenti compiti di cura e pulizia degli ambienti scolastici è ad esempio in sé interessante, anche se non è particolarmente nuova e soprattutto nulla c’entra con l’alternanza scuola-lavoro (altro argomento sul quale l’editorialista deve avere le idee parecchio confuse). L’errore vero di Galli della Loggia sta nel pensare alle scuole come terminali operativi di un ministero che tutto vede e a tutto provvede: un’idea di scuola che vede i docenti non come professionisti, ma come esecutori materiali di decisioni assunte da altri, quasi che l’apprendimento possa avvenire al di fuori della relazione educativa e questa possa realizzarsi a prescindere dalla personalità di ciascun docente come di ciascun discente, e senza tener conto del contesto sociale e dei bisogni formativi e educativi che ne derivano. Anche se pare che Galli della Loggia non se ne sia reso conto, da oltre due decenni, e dopo una discussione pubblica durata almeno altrettanto, ci siamo dati un ordinamento diverso: un sistema di istruzione fatto di scuole autonome, statali e paritarie, che in un quadro ampio di riferimenti comuni costruiscono proposte formative adeguate alla realtà particolare in cui si trovano a operare e coerenti con la professionalità dei docenti che quelle proposte progettano e traducono in attività didattiche. Un sistema in cui, per usare un’efficace espressione di Sabino Cassese, al governo ministeriale si sostituisce l’autogoverno delle scuole.

Il secondo problema è che Galli della Loggia non mostra nessuna consapevolezza della riflessione pedagogica degli ultimi, diciamo, cento anni: il punto non è rialzare o meno la cattedra, il punto è che da tempo abbiamo superato una visione dell’insegnamento come operazione trasmissiva e del docente come depositario di una sapienza predicatoria, da inculcare dall’alto del pulpito nelle menti rigorosamente passive di un popolino che si ammaestra con l’antica liturgia della bella lezione frontale. Se avesse una qualche consapevolezza di quanto succede quotidianamente nelle nostre scuole migliori, Galli della Loggia saprebbe che la lezione frontale è solo uno dei tantissimi strumenti nelle mani dei docenti per creare le condizioni migliori per l’apprendimento. Saprebbe che tantissimi insegnanti vogliono spazi privi di inciampi, che possano essere rapidamente modificati, spostando banchi e cattedra, muovendo sedie e zaini, perché i modi di “fare lezione” sono tanti e tutti devono poter essere utilizzati, inclusi quelli che — a tempo e modo debito — prevedono l’utilizzo dello smartphone come strumento didattico (si può fare!), quello stesso smartphone di cui Galli della Loggia vieterebbe acquisto e uso ai minori di 14 anni. E se anche non fosse mai entrato in una classe, potrebbe almeno sapere che nelle scuole e nelle università si riflette, si sperimenta e si lavora su modelli didattici nei quali il discente sia protagonista attivo dell’apprendimento: non da oggi, ma almeno da Piaget e, per restare in casa nostra, da Maria Montessori. Il che non ha ovviamente nulla a che spartire con la paventata “eguaglianza tra docente e allievo” che Galli della Loggia curerebbe con predella e obbligo di alzarsi in piedi in segno di rispetto.

Da ultimo, e veniamo al terzo problema, Galli della Loggia sembra affetto da una latente forma di paternalismo. Crede in fondo che gli studenti non possano essere soggetti che apprendono, ma solo oggetto di insegnamento. Che gli insegnanti non sappiano riflettere sul proprio compito e assumere personalmente decisioni responsabili, ma debbano essere impersonali figure istituzionali oggetto di rispetto in forza di atti esteriori e non grazie a una relazione viva con i propri studenti. Che i genitori non siano i primi titolari dell’educazione dei figli, ma debbano essere tenuti lontani dalle scuole per evitare pasticci. E proprio su questo punto, quando sembra centrare un bersaglio, della Loggia mostra in realtà di non riconoscerne il vero significato: perché è certamente vero che l’esperienza degli organi collegiali come spazio di corresponsabilità democratica dei genitori all’interno della vita della scuola è da ripensare profondamente (e proprio a partire dalla riflessione sul termine “democratico”), ma è altrettanto urgente interrogarsi sulla direzione da dare a questo ripensamento. Se oggi sperimentiamo una drammatica crisi dell’alleanza scuola-famiglia, è perlomeno dubbio che questa possa essere rifondata sulla gelosa chiusura della scuola nella propria sfera di influenza: forse occorre invece domandarsi quali siano gli strumenti per rafforzare la collaborazione tra scuole e famiglie, nel chiaro rispetto delle reciproche competenze, anche riformando in profondità gli organi collegiali che ad esempio non possono funzionare ovunque nella stessa maniera indipendentemente dal tipo di scuola, dal contesto sociale, dalla storia di ogni singola istituzione scolastica. E guarda caso si ritorna qui al punto di partenza, ovvero all’autonomia delle scuole e alla consapevolezza che non può esserci un centro che detta regole uniformi fin nei dettagli della vita scolastica.

Le dieci proposte di Galli della Loggia, le più discutibili come quelle di qualche interesse, hanno poco a che fare con le scuole reali e molto con l’idea di scuola del loro estensore, idea alquanto distante dalla realtà. Soprattutto, sono idee che restano in superficie e non affrontano i bisogni profondi delle nostre scuole e le sfide che questi bisogni si portano dietro.

La scuola non è il luogo delle scorciatoie: ha bisogno di dare senso all’esperienza ed educare attraverso la comprensione di ciò che è bello, di ciò che appassiona, di ciò che può ancora stupire, di ciò che restituisce valore all’impegno e alla fatica. Ha bisogno di accompagnare bambini e giovani a misurarsi con l’inferno che spesso è il mondo, quello che per Italo Calvino “abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”. Ma proprio Calvino ci ammoniva alla necessità di “attenzione e apprendimento continui” per dare spazio a ciò che “in mezzo all’inferno, non è inferno”. È questa la sfida, altissima, con cui ci misuriamo e per affrontarla non abbiamo bisogno di disciplina e uniformità di facciata: abbiamo bisogno invece di scuole sempre più autonome, animate da adulti competenti che possano operare all’interno di comunità responsabili e consapevoli dei rischi, delle contraddizioni, delle cadute e dei tradimenti che stanno dentro la sfida dell’educazione.

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