SCUOLA/ 57.322 nuove assunzioni, e agli studenti chi pensa?

Il Cdm ha approvato l’immissione in ruolo, a tempo indeterminato, di 57.322 nuovi docenti. La politica del personale nella scuola italiana si conferma inesistente. PIERLUIGI CASTAGNETO

10.08.2018 - Pierluigi Castagneto
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Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

La scuola italiana è l’amministrazione pubblica che assume di più, ma a caso. Lo scorso anno sono diventati docenti a tempo indeterminato 51.773 (di cui 13.393 per il sostegno), mentre quest’anno l’ultimo Consiglio dei ministri ha deciso che i prof di ruolo saranno 57.322 unità (43.980 docenti su posto comune e 13.342 di sostegno); inoltre verranno assunti 212 dirigenti scolastici e 9.838 del personale Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi). Se poi pensiamo che all’incirca la “Buona Scuola” del periodo renziano aveva inglobato altre 100mila unità, si deduce che negli ultimi 4 anni sono stati sottoposti a turnover meno di un terzo dei docenti di ruolo italiani.

In realtà il vero turnover degli insegnanti che arrivano alla pensione si aggira sulle 20mila persone all’anno e quindi le maggiori assunzioni sono dovute al blocco di immissioni che si verificò con i tagli della Gelmini a partire dal 2008 e poi con la crisi finanziaria post-2011, quando i rubinetti della spesa pubblica vennero sigillati.

Dall’inizio di questo decennio la scuola italiana ha dunque potuto contare su un esercito di centinaia di migliaia di precari che hanno acquisito punteggi e quindi diritti all’assunzione definitiva. Ma soprattutto questi precari hanno garantito il funzionamento della scuola italiana, visto che l’amministrazione scolastica, e il ministero dell’Economia che garantisce la spesa, navigano a vista nella programmazione del personale della scuola. Se per anni non si assume nessuno e si utilizzano i docenti a tempo determinato (presi a settembre e licenziati a giugno), poi si bandiscono i concorsi, che, come quelli del 2016, non arrivano, per molti ambiti disciplinari, neppure a garantire i pensionamenti di un anno, è chiaro che non esiste alcun criterio di gestione del personale.

Tutto dipende dalla politica e dai suoi umori, per cui una volta si afferma che bisogna tornare ai concorsi banditi in modo periodico, un’altra si lascia spazio alle richieste sindacali e si procrastina la mobilità, con conseguente svuotamento delle scuole del Nord a favore di quelle meridionali, e un’altra ancora, per non aver previsto in modo serio le esigenze di nuovi docenti, si deve obbedire alle sentenze dei tribunali. Non si può non ricordare la sentenza della Corte europea del 2014 sull’eccesso nell’utilizzo del precariato che portò alle immissioni in massa della “Buona Scuola”, oppure quella più recente dettata dalle sezioni riunite del Consiglio di Stato che ha escluso dal ruolo tantissime docenti della primaria negando l’accesso alle graduatorie a esaurimento (Gae).

Purtroppo in questo turbinio di decisioni, spesso contraddittorie, con le assunzione fatte sempre ope legis e le quote di ingresso (50% dalle Gae e 50% dai concorsi ordinari, espletati in 3 anni) derivanti dalla contrattazione sindacale, a rimetterci è solo la qualità della scuola. Se il criterio è il punteggio, se nessuno investe nella programmazione, sulla qualità, restano, in modo paradossale, solo i voleri della Dea bendata. C’è chi ha fortuna ad avere buoni docenti, ma altri, anche sfortuna.

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