SCUOLA/ Istruzione professionale, i problemi e le risposte che mancano

La revisione dei percorsi di istruzione professionale avviata dalla “Buona Scuola” è deficitaria per molti aspetti: quello didattico e quello gestionale

17.01.2019, agg. alle 14:40 - Cinzia Billa, Maria Di Simone Perricone
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(LaPresse)

La legge 107/2015, conosciuta anche come “Buona Scuola”, annunciava, ai commi 180 e 181, lettera d), “la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale, nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonché raccordo con i percorsi dell’istruzione e formazione professionale”. Il governo risponde con l’approvazione del decreto legislativo 61/2017. Le parole chiave “raccordo” e “revisione” sono segnali da non trascurare. L’11 agosto scorso è poi entrato in vigore il regolamento attuativo del decreto, emanato con il Decreto Interministeriale 92 del 24 maggio 2018, mentre il “raccordo” è stato normato con Decreto il 17 maggio 2018.

Da dove deriva questo bisogno di revisione e di raccordo? Forse dalle direttive dell’Unione Europea richiamate esplicitamente nella normativa? Se non abbiamo dimenticato gli obiettivi del Consiglio di Lisbona del 2000 e quelli di Europa 2020 nel settore istruzione, la domanda trova facilmente risposta: costruire un sistema di  mobilità in cui siano riconosciuti gli apprendimenti maturati nei paesi dell’Unione. Libera circolazione di crediti, attestati, diplomi che non incontrano ostacoli nel trasferirsi da un paese all’altro e che consentono confronto, miglioramento e sviluppo. Inoltre, un bilancio dell’effetto del DPR 87/2010 (Gelmini) e dell’attuazione del Titolo V della Costituzione riformato nel 2003, che all’art.117 affida in toto alle Regioni i percorsi dell’Istruzione e formazione professionale (IeFP), evidenzia ad oggi una situazione “a macchia di leopardo” sul territorio nazionale, in cui il Sud matura anno dopo anno percentuali crescenti di Neet, ossia di ragazzi/e fuori da qualsivoglia percorso di istruzione-formazione e lavorativo.

Le nuove disposizioni normative ci permetteranno di incidere su questa situazione e raggiungere gli obiettivi previsti entro il 2020? Le scuole come hanno recepito le nuove indicazioni? Sono state preparate al cambiamento che inizia per le prime classi degli istituti professionali da quest’anno scolastico? E il raccordo dell’offerta formativa statale con quella regionale a che punto è nelle diverse Regioni?

L’attuazione della riforma sta evidenziando non poche difficoltà. Qui ci soffermeremo soltanto su quel che riguarda la didattica e gli aspetti organizzativo-gestionali ad essa correlati. Una novità importante riguarda i consigli di classe, ora composti da circa 20 docenti. Ciò è dovuto all’introduzione di nuove discipline e alla riduzione oraria di altre, il che già lo scorso anno è stato motivo di imbarazzo – per dirla con un eufemismo – per centinaia di dirigenti scolastici impegnati con la definizione dell’organico. Più docenti con meno ore (molti soltanto una) per settimana, in classi prime spesso “difficili” dal punto di vista della motivazione all’apprendimento, costituiscono un primo problema didattico. Il regolamento attuativo offre una pista indicando una didattica interdisciplinare e per “unità di apprendimento”. Bisogna ripensare le discipline guardando ai risultati da raggiungere, superando la logica dello steccato disciplinare, a cui da secoli siamo affezionati, per sconfinare e raggiungere risultati comuni attraverso percorsi interdisciplinari. A questo si incastra la formulazione di un Piano formativo individuale per ciascun alunno, che va elaborato entro il 31 gennaio 2019. Tale Pfi deve basarsi su un bilancio di competenze solidamente elaborato a cura del docente tutor.

Il modello didattico centrato sullo studente non è una novità, ma far dialogare progetto formativo individuale, bilancio personale ed unità di apprendimento richiede una professionalità – anche dei dirigenti – che a nostro parere deve essere (in)formata. Ad esempio, molti dirigenti non hanno ancora nominato i tutor. Saranno retribuiti? E come? Attualmente la contrattazione del comparto scuola non menziona questa figura. E se poi la logica fosse quella del risparmio, un tutor andrà bene anche per classi numerose e addirittura si potrà fare coincidere con il coordinatore di classe, già ricompensato miseramente? Altro nodo didattico-organizzativo da sciogliere, correlato alla funzione del fantomatico tutor, è l’utilizzo delle 264 ore di personalizzazione nel primo biennio per aiutare l’alunno a recuperare o riorientarsi.

Non c’è dubbio che tutto questo costituisca una sfida anche per l’utilizzo della quota di autonomia delle scuole e la rielaborazione dei nuovi Ptof triennali (la cui offerta formativa è stata peraltro necessariamente già messa online entro il 6 gennaio scorso per l’avvio delle iscrizioni che si sono aperte il 7 gennaio!) e richiede una riflessione attenta alla complessità dei processi formativi. In attesa dell’imminente uscita delle linee guida per la didattica (!), ci si chiede anche la funzione degli Usr, finora pressoché silenti, in questo processo.

Questa riforma potrebbe essere davvero una grande occasione perché la scuola possa diventare un volano nello sviluppo “sostenibile” delle professionalità e dell’economia, ma soprattutto luogo di crescita e valorizzazione dei reali talenti dei nostri ragazzi che vanno introdotti come protagonisti dentro la realtà “reale” del mondo lavorativo. L’invito è quello di non abbandonare questa possibilità al preteso automatismo formale di quel che poi resterebbe solo una montagna di “carte” in cui il ruolo della professionalità insegnante viene mortificato quale burocrate e in sostanza non si induce nessun vero cambiamento.

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