SCUOLA/ “L’educazione”: aprirsi al mondo e all’altro per non morire

La storia di una ragazza di origine mormone che scopre nel mondo della scuola il proprio Io

15.01.2019 - Elisabetta Valcamonica
marcellino_conoscenza_stupore_ragione_vajda
L. Vajda, Marcellino pane e vino (1955)

Che quello di Tara Westover sia un memoir denso, doloroso e appassionato è la lucida impressione che si ha leggendo il suo romanzo d’esordio, L’educazione, uscito in Italia nel maggio 2018 per Feltrinelli. Cresciuta tra le montagne dell’Idaho, in una famiglia di fede mormona, il suo libro racconta il faticoso e necessario cammino di emancipazione che ogni figlio che si rispetti è chiamato a compiere per realizzare sé in un processo di critica, distacco e riconquista della tradizione a cui è stato consegnato all’atto stesso della sua nascita.

Non è un libro sui mormoni, quello di Tara Westover, come dichiara lei stessa nella nota che precede il testo. Benché la sua infanzia sia permeata dalle rigide convinzioni del padre che tra le altre cose la tengono lontana dalla scuola pubblica, “non è questo il punto”: quella che la Westover racconta è la storia di una vita che ha bisogno di scoprirsi e “ricrearsi”, che si scopre e si ricrea nell’incontro-scontro con la propria famiglia e con il mondo con cui entra in contatto iscrivendosi al college, spinta dalla curiosità e contagiata da Tyler, suo fratello maggiore, uscito di casa per studiare in città e l’unico a non abbandonarla quando la sua famiglia le volta le spalle.

È un libro dettato dal bisogno, L’educazione, dal dovere di riprendere in mano la propria storia e provare a capirla, ed è questo che Tara offre ai lettori: pensare alla propria e interrogarla. Non c’è parola del suo romanzo che non arrivi a colpire chi legge come una staffilata pungente, lasciando a volte interdetti, a volte sorpresi, ma sempre in un modo o nell’altro coinvolti. Il primo squarciante colpo è sferrato dal titolo: se non altro la dura storia di Tara ha il merito di porre davanti a tutti questa parola, “educazione”, e le sue vicende portano a chiedersi quale sia l’universo che essa racchiude e quale parte, in questo universo, rivesta la scuola.

Sono tante le cose che si potrebbero discutere, del libro della Westover, ma esso è lì a ricordarci che, quando “non si lascia spazio all’eteros, quando non c’è alcun rispetto per l’alterità, la vita diviene un inferno e la Legge il luogo di un caos solo distruttivo”, come scrive Massimo Recalcati nella sua recensione su Repubblica. È questo spazio sacro il cuore di ogni rapporto che sia educativo, fuori e dentro la scuola, volto a far emergere l’altro, a dargli strumenti con cui lui stesso possa affrontare il mondo e il futuro. Tara osserva le sue montagne, all’inizio del libro (per molto tempo Buck Peak è stato il solo suo mondo) ed esprime il bisogno di un padre che la prepari anche ad altri orizzonti, se mai lasciasse la montagna e si trovasse in terra straniera.

La sua è la storia della crescita in lei di una capacità di giudizio, grazie a chi incontra, che pian piano apre brecce nel muro di una conoscenza autarchica che dal suo stesso interno aveva iniziato a far sentire la propria insufficienza.

Giunta a scuola ha molto da recuperare, nonostante gli studi da autodidatta, e una paziente palestra le è offerta dal professor Steinberg, che corregge i suoi scritti non tralasciando alcuna parola: “Dimmi, […] perché hai messo questa virgola qua? Che collegamento vorresti stabilire tra queste due frasi?”. Così Tara si accorge che l’importante nella vita è non prestare la propria voce a qualcosa di cui si è “volutamente o accidentalmente all’oscuro”, e che ogni cosa che si riceve deve essere guardata e messa alla prova; è così che inizia a capire che non si legge per imparare cosa pensare, ma per pensare con la propria testa, rendendosi conto che non può accettare di “essere un soldato in una guerra” che non capisce.

“C’è un mondo là fuori” le dice Tyler, e aprendovisi Tara scopre che abbracciare più idee, più storie, più punti di vista è “presupposto fondamentale per crescere come persona”. Nelle pagine del suo libro testimonia il bisogno di uno spessore delle parole, di ricevere e accogliere parole che abbiano una sostanza, che possano compiere quella rivoluzione che tutti i nostri alunni – magari inconsciamente – attendono, anche dietro i banchi di scuola: “Non sei come la pirite, che luccica solo in una luce particolare. Chiunque diventerai, qualunque cosa farai, lo sei sempre stata. Era già dentro di te. Sei oro”. È nelle parole del professor Kerry che la scuola può riscoprire la sua vocazione, e un insegnante interrogarsi sul senso di quello che fa, anche quando corregge avverbi e congiunzioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA