ELEZIONI EMILIA ROMAGNA/ Il caos che i mercati intravedono dopo il voto

- Paolo Annoni

Apparentemente le elezioni in Emilia-Romagna non hanno valenza nazionale. In realtà possono mutare anche la percezione degli investitori sul Paese

elezioni regionali umbria 2019
Elezioni (LaPresse)

Poste le enormi questioni macro che aleggiano sui mercati è lecito chiedersi cosa potrebbe eventualmente cambiare lunedì, nella percezione che gli investitori hanno dell’Italia, all’esito delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna. Che queste abbiano un significato particolare è noto anche al di là delle Alpi, altrimenti non si spiegherebbe la paginata dedicata al tema dal Financial Times qualche giorno fa. Il quotidiano “dei mercati” ha deciso di segnalare l’appuntamento ai propri lettori e la ragione è semplice viste le possibili implicazioni per il Governo nazionale. Lo “spread” e il “rendimento del decennale” non hanno dato particolari segnali di nervosismo. I partiti che oggi sostengono il Governo italiano hanno già detto che non cambierà niente anche in caso di sconfitta. Lo scenario che continua da agosto nel breve non dovrebbe cambiare e nessuno, a torto o a ragione, prevede che queste elezioni possano essere l’evento che destabilizza un esecutivo che sembra sfidare qualsiasi legge di gravità.

Il partito che esprime il maggior numero di parlamentari nei sondaggi ha una frazione dei voti del 2018 e non si vede alcun segno di inversione, anzi; agli occhi degli osservatori esterni è un partito completamente imploso. Il presidente del Consiglio si è ripresentato con una maggioranza diversa; un epilogo lunare per molti dei nostri concittadini europei. In più da qualche mese c’è un nuovo partito. Rimane la questione di fondo della possibilità reale di un’alternativa se questa “alternativa” non è gradita né a chi comanda in Europa, Francia e Germania con Macron e Merkel, né di conseguenza alle istituzioni europee. In Italia, a sovranità limitatissima, non si può governare senza “l’Europa”.

La questione quindi “all’apparenza” è risolta; anche se “Salvini” vincesse nei fatti non cambierebbe nulla. Questo è un Governo che “prescinde” dal normale dibattito politico, dall’evoluzione delle preferenze degli elettori, anche se radicalmente mutate, e che comunque si regge su fondamenta che non sono in Italia. Nella realtà c’è un livello di analisi in più. Una sconfitta di Bonaccini, magari condita da una débâcle del Movimento 5 Stelle, peggiorerebbe ulteriormente l’efficacia del Governo attuale; è emblematico in questo senso il dibattito degli ultimi mesi sulla questione autostrade, oppure quella sull’Ilva o per finire sulla Libia.

È vero che il Governo non cambia, è vero che ha l’appoggio delle istituzioni che contano, ma è anche vero che la sua capacità di governare è minata da contraddizioni che sono insanabili a partire dallo sfaldamento del partito di maggioranza relativa, poi dall’uscita di Renzi e anche dalla divaricazione tra Governo ed elettori. Se oggi la situazione è questa, un investitore inevitabilmente conclude che in caso di sconfitta della coalizione oggi al governo la confusione potrebbe solo peggiorare. All’Europa conviene un esecutivo debole inevitabilmente destinato a soccombere agli interessi dei nostri concorrenti, ma all’Italia sicuramente no. Esattamente come all’Inghilterra non conveniva un Governo dilaniato e completamente assorbito dalla questione “Brexit”.

Le incertezze dei “mercati”, i grandi temi del 2020, dal rallentamento globale alla bolla dei mercati, da un lato rendono marginale, per gli investitori, la questione di chi governi in Italia, da un altro confermano che gli italiani avrebbero ogni interesse ad avere un Governo funzionale in grado di affrontare le questioni che l’Europa, i nostri partner geopolitici e commerciali e l’economia pongono in modo sempre più stringente.

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