ELEZIONI/ Tre buone ragioni per andare a votare

- Lorenza Violini

Il voto è ancora un dovere civico? Pare di no, vista l’ondata montante dell’astensionismo. Ci sono ragioni per contrastarlo? Forse sì. Il commento di LORENZA VIOLINI, costituzionalista, in vista delle elezioni regionali

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Schede elettorali

Il voto è ancora un dovere civico? Pare di no, vista l’ondata montante dell’astensionismo. Ci sono ragioni per contrastarlo? Forse sì. La prima: la scelta dell’astensionismo sembra essere fortemente “suggerita” dal clima mediatico di questi ultimi mesi, che ci ha costretto a leggere ogni giorno di  corruzioni, intercettazioni, collusioni e pedofilia. Tutto uno schifo? “Mandaci, Padre Zeus, il miracolo di un cambiamento”: persino i campioni del razionalismo, i greci, riuscivano a tenere aperta quella porta ultima che è la speranza. La speranza che qualcosa di buono possa succedere. Il clima di questi ultimi mesi sembra aver spento anche il lumicino fumigante della nostra speranza. Ci si deve rassegnare e rinunciare anche a quella forma seppur minima di protagonismo che consiste nell’essere un cittadino e quindi un elettore?

La seconda: astenersi a chi giova? Proviamo a fare qualche simulazione: se, non votando, avvantaggerò i partiti di governo, essi continueranno a governare sia a livello nazionale sia a livello regionale; nulla cambierà rispetto a prima e quindi il non voto non avrà prodotto nulla. Protesta inefficace. Se invece, non andando a votare, indebolirò i partiti al governo e quindi rafforzerò l’opposizione, sia essa endo-governativa o extra-governativa, allora il mio non voto avrà avuto un effetto. Meglio allora esplicitarlo. Meglio una mia croce sulla mia scheda, di un manipolo di esperti che in tv interpreteranno a loro uso e consumo il senso del mio astensionismo. Intollerabile.

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La terza: difficile negare che quanto è successo negli ultimi mesi abbia gettato in pessima luce prevalentemente la classe politica al potere, sia a livello statale sia a livello regionale. Basti pensare alla vicenda della protezione civile o a quella delle liste. Il che giustifica le proteste di quella stessa parte politica che lamenta una sorta di linciaggio mediatico. Si può non prendere posizione e, quindi, non votare? Non votare è la distruzione della possibilità stessa della rappresentanza, istituto che – ci piaccia o no – è alla base di quella democrazia che, secondo il noto aforisma, è il peggior sistema di governo che si possa immaginare se si escludono tutti gli altri. Non votare va contro tutti, buoni e cattivi, perché va contro un sistema democratico nel suo insieme, oggi a rischio perché realtà non rappresentative vorrebbero imporre alle istituzioni democratiche il proprio punto di vista, la propria ideologia, le proprie scelte: la sentenza sul crocifisso docet (ma non dimentichiamoci che molte altre sentenze sono in agguato).

 

Ma, allora, se scegliere è meglio, come scegliere? Domanda legittima: in questa campagna elettorale si è parlato di tutto tranne che dell’oggetto specifico della campagna elettorale, che consiste nel render conto agli elettori di quello che si è fatto. Se qualcuno, negli spiragli minimi lasciati aperti dalle grida contro l’untore, è riuscito a dire quello che ha fatto, magari realisticamente ammettendo che ancora molto vi è da fare, allora sarebbe bene che il nostro voto possa andare in questa direzione consentendo a certi sistemi regionali, a certe esperienze in atto, di proseguire nel cammino del miglioramento e dell’innovazione. Non vale più niente il voto di opinione? Le ideologie sono morte? Votiamo almeno per i fatti. Ed è già molto per far fronte alla profonda, apparentemente incontrastabile, crisi di identità che sta dilagando nel nostro Paese e minaccia di sommergerlo. Lanciamo un salvagente: forse inutile, ma meglio che niente. E costa pochissimo.

 

 

 

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