ELEZIONI/ 2. Il Pd alla “bolognese” è indigesto. Tre nomi per il dopo Bersani

- int. Peppino Caldarola

A pochissimi giorni dal voto nel centrosinistra è il momento della riflessione su un risultato deludente. Se da un lato Bersani non vuol sentir parlare di “sconfitta” dall’altro la minoranza critica parla addirittura di “tracollo”. IlSussidiario.net ne ha discusso con PEPPINO CALDAROLA

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A pochissimi giorni dal voto per le Elezioni Regionali nel centrosinistra è il momento della riflessione su un risultato deludente. I “testa a testa” nelle regioni chiave, infatti, hanno visto prevalere il centrodestra e hanno oscurato di fatto il successo in Puglia, in Liguria e nelle roccaforti dell’Italia centrale. Al Nord però il Pd incassa l’ennesima sconfitta. Se da un lato Bersani rifiuta questo termine, dall’altro la minoranza critica parla addirittura di “tracollo”. IlSussidiario.net ne ha discusso con Peppino Caldarola.

Al di là delle diverse percezioni di questo risultato secondo lei Bersani ha commesso qualche errore in campagna elettorale

Sostanzialmente gli rimprovero un’eccessiva titubanza nel definire le alleanze e nel chiarire agli elettori quale fosse l’asse portante del proprio progetto politico. In seguito, il Partito Democratico ha peccato di poca prudenza riguardo al “caos liste” laziale. Avrebbe fatto meglio, a mio avviso, a starne fuori del tutto. In un clima molto teso bisogna però dare atto al segretario del Pd di aver saputo porre l’accento sui problemi sociali del Paese, in un momento in cui non ne parlava più nessuno.

E come giudica la sua reazione a questo risultato?

La sua analisi mi sembra molto equilibrata e si muove su tre direttrici. Innanzitutto Bersani dichiara di aver fermato l’emorragia di voti a cui il partito si stava abituando ottenendo un risultato migliore rispetto alle europee. Dopodiché riafferma di voler costruire il centrosinistra un passo alla volta e, da ultimo, apre alla possibilità delle riforme con la maggioranza.

A questo proposito, le tanto agognate “riforme condivise” riusciranno a concretizzarsi secondo lei?

Una convergenza ci potrà essere sui decreti attuativi del federalismo o su qualche aspetto della riforma costituzionale, penso però che non bisogni illudersi: non vedremo i due schieramenti allo stesso tavolo per discutere la “Grande riforma”. Il risultato di questi giorni da un lato galvanizza chi nel centrodestra è convinto di poter fare da solo, dall’altro costringe Bersani a serrare le fila. In questo momento, con il cantiere del centrosinistra aperto, non può certo permettersi di essere accusato di inciuci berlusconiani. Nei panni di Bersani non ignorerei però un altro aspetto di questo risultato.

Quale?

La “questione settentrionale”. Il risultato delle regionali segna l’emarginazione al Nord del Pd. Cacciari e Chiamparino da tempo fanno presente questo problema e rilanciano l’idea di un partito federalista che si strutturi per grandi aree. Per ora sono rimasti inascoltati, forse Bersani, che uomo del sud non è, ne terrà presente. L’errore più grande in questo momento sarebbe quello di negare il problema consolandosi con la vittoria alle comunali di Lecco e Venezia ai danni di Castelli e Brunetta.

Questa tornata elettorale inciderà anche sul rapporto tra Pd e area giustizialista? Il risultato di Grillo non si può ignorare…
 

Assolutamente no, siamo di fronte a una novità. Grillo in questi anni ha costruito una rete elettorale che potrà presentarsi alle prossime politiche: ha sfondato in Emilia Romagna, è presente ovunque ed è stato decisiva nella sconfitta di Mercedes Bresso in Piemonte. Il Pd deve discutere un tema culturale importante: il rapporto con questo mondo giustizialista che da oggi ha un nuovo soggetto politico. L’area giustizialista però è nemica di tutti i partiti, di destra e di sinistra, pur pescando voti tra i delusi della sinistra stessa.

Che alternative ha il Pd?

Il Partito Democratico può avviare un dialogo serio con questo interlocutore, anche se mi sembra molto difficile, oppure può aprire un fronte polemico vero per contendere il terreno a Grillo e Di Pietro. Intendiamoci, non attraverso i giornali, ma dove questi soggetti stanno facendo meglio. Dove ci saranno i militanti del Movimento a 5 Stelle o dell’Italia dei Valori là ci dovranno essere anche quelli del Pd per spiegare le loro ragioni alla gente. O c’è questo tipo di risposta oppure ci saranno delle brutte sorprese. Non sottovaluterei, ad esempio, il fatto che in Emilia-Romagna non si sta affacciando soltanto Grillo, ma pian piano si sta facendo strada la Lega Nord.

Come se lo spiega?

Innanzitutto con la capacità di radicarsi nel territorio che gli altri partiti non hanno. In secondo luogo per la capacità camaleontica di questo partito, che sa presentarsi una volta come partito di governo e una volta come partito di protesta, a seconda delle occasioni. In queste elezioni si è presentata come partito di governo del Nord e gli elettori l’hanno premiata. 

Quale significato politico attribuisce invece all’elevata astensione che queste elezioni hanno fatto registrare
 

 

 

La disaffezione al voto, diversamente dal solito, non ha punito la destra, ma si è spalmata su entrambi gli schieramenti (a differenza del caso francese, in cui ha punito le forze di governo). In realtà non mi allarmerei troppo: evidentemente la regione è sentita ancora come molto lontana dagli interessi dei cittadini e i toni di questi mesi possono aver scoraggiato molte persone. Sono però convinto che se si andasse domani alle politiche ci sarebbe una grande partecipazione, non credo che sia un fenomeno astensionistico duraturo.

Il centrosinistra puntava a vincere in Piemonte anche grazie all’appoggio dell’Udc. Risultati alla mano come giudica la strategia dei “due forni” di Casini


L’Udc porta a casa un risultato ambivalente. Da un lato dimostra di esserci anche questa volta, dall’altro non scioglie alcuni nodi importanti. La lotta al bipartitismo sembra abbastanza sterile perché il bipartitismo in Italia non c’è e lo dimostrano Bossi, Di Pietro e Casini stesso. Il bipolarismo però è una realtà e proprio per questo motivo le alleanze variabili pagano fino a un certo punto. Sono convinto che prima delle politiche Casini sarà condannato a scegliere da che parte stare. 

Da ultimo, secondo lei Bersani ha le carte in regola dopo questo risultato per costruire il nuovo centrosinistra e portarlo alle elezioni politiche?

Certamente ha le qualità per riuscire a tenere insieme lo schieramento e sembra il candidato più probabile. La strada però è ancora lunga e difficile. Sullo sfondo rimane la possibilità concreta che si facciano avanti in questo senso almeno tre leader: Vendola, Chiamparino e Casini. 

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