ELEZIONI UMBRIA/ Condanna storica della “falsa sinistra” di banche e carte di credito

- Gianluigi Da Rold

La sinistra che ha perso in Umbria è figlia di quella che non ha mai fatto mea culpa del suo fallimento e si è votata alla finanza

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Paolo Gentiloni (a destra) con Nicola Zingaretti (LaPresse)
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Un primo suggerimento spassionato al presidente del Consiglio Giuseppe “Giuseppi” Conte: tolga dal suo personale calendario il 27 e 28 ottobre 2019, un incubo sia per il risultato elettorale dell’Umbria, di quello che lui aveva definito ininfluente, sia per la notizia, a sorpresa, di un suo coinvolgimento, con sospetto conflitto di interessi, in un fondo finanziario. La rivelazione viene dall’estero, dal Financial Times londinese, giornale della City.

Un secondo suggerimento, sempre spassionato: Conte si occupi sempre di più della sua pochette nel taschino della giacca ed eviti di mettere la faccia (anche in questo caso piuttosto doppia), in una vigilia elettorale che evocava un “funerale di prima classe”. insieme a Giggino, al “fratello del commissario Montalbano” e a un reduce di chi sottolineava ancora nel 1979 le “lezioni del leninismo”, cioè il giovane allievo del berlinguerismo, Roberto Speranza. Conte è andato in Umbria per avere un voto come premier oppure come esponente del movimento fondato dal comico Beppe Grillo? In tutti i casi è arrivata non la sconfitta ma il disastro.

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I risultati finali dell’Umbria, che si stanno profilando, con qualche aggiustamento da definire, segnano una autentica débâcle della sinistra italiana, quella che come sinistra riformista non è mai esistita e oggi si è riciclata in “falsa sinistra” che difende soprattutto carte di credito, strumenti finanziari e banche con i loro interessi. Innanzitutto, i post-comunisti del dopo caduta del Muro di Berlino e i loro attenti supporter catto-sinistrorsi, trasformatisi in “odontotecnici” liberisti, hanno preso una sventola senza precedenti. Hanno perso una Regione che governavano da 70 anni. Sono ridotti nel nucleo centrale al 20 per cento circa e sono quasi la metà della Lega.

La coalizione di centrosinistra, mettendo insieme tutti, deve costruire un’opposizione che deve confrontarsi con una maggioranza che raggiunge il 60 per cento. Non è solo una débâcle, ma una condanna storica, carica di disillusione e rancore covato da tempo, dagli operai di Terni e dai loro colleghi, e complessivamente da una Regione, che, pur annoverando tanti santi, ha guardato sopratutto alla sinistra “lunare”, quella di Ingrao, tanto per intenderci, come visione e traguardo finale.

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Nello stesso tempo l’alleanza strategica con la cosiddetta “immaginaria” nuova sinistra moderna di Grillo, Casaleggio e del “Pulitzer immaginifico” Travaglio ha mostrato tutto il suo “indomito” coraggio: conosciuto il risultato (M5s è arrivata all’8 per cento) si è quasi nascosta e ha notificato con un freddo comunicato che l’alleanza strategica non ha funzionato e quindi non se ne parla più, da adesso al futuro.

Quello che lascia completamente esterrefatti è come questa compagnia di stralunati, tra sinistra ufficiale e quella che sta in panchina, riesca a favorire, con il suo modo di governare, e di proporre soluzioni, di muoversi politicamente, e a far quasi diventare dei “giganti” personaggi come lo sbrigativo e schematico Matteo Salvini, la reduce della destra italiana meno nobile, come Giorgia Meloni, accanto a ormai un reduce inventore dell’antipolitica militante come Silvio Berlusconi.

“L’impresa” che stanno riuscendo a realizzare i resti degli orfani del Muro di Berlino e i nuovisti della “casta” e dell’algoritmo (citando Rousseau a casaccio) è quasi incredibile e ricca di rischi.

Il problema reale è ciò con cui occorrerà fare i conti nei prossimi giorni. È vero che il nostro moderno Machiavelli, “Giuseppi”, ha spiegato che in Umbria votano solo 700mila persone come nel foggiano e quindi il peso nazionale è modesto (come anche il foggiano quindi). Ma l’impressione è che tra elezioni politiche, crisi di governo voluta da Salvini e causa di un’ammucchiata anti-Salvini, con il nuovo risultato elettorale regionale, e in più un Matteo Renzi frenetico ballerino che appoggia la maggioranza ma vuole impersonare il Macron italiano, quello che ha fatto fuori i socialisti francesi, tutto questo ci riservi colpi di scena ogni giorno. Un simile sequenza crea una situazione complicata non solo in Umbria, ma con tutta probabilità a livello nazionale e governativo.

Al momento molti esponenti della maggioranza dicono che il governo proseguirà il suo lavoro, discutendo di clausole Iva, tasse da tutte le parti (zucchero e affini) ma nel rispetto delle regole europee, quei parametri che condannano tutti i paesi ormai, e l’Italia in particolare, a una decrescita infelice o a una cronica mancata crescita.

L’impressione è che oltre a favorire gli avversari, la sinistra classica e quella post-moderna, grillesca e comica, riesca pure a non comprendere la cause, le ragioni della grande crisi del Paese e più in generale di quello che sta avvenendo a livello mondiale. Forse i nuovi liberisti che si dichiarano di sinistra dovrebbero invece interpretare le risposte che arrivano dal Paese come una condanna al loro operato, e modificare le loro scelte anche rispetto all’ultima inconsistente manovra finanziaria.

Chissà se riusciranno a comprendere che anche in Umbria la grande sconfitta della sinistra è l’ennesimo chiaro segnale di disappunto che viene dagli elettori che, tra l’altro, questa volta, sono andati a votare in una percentuale molta più alta che in passato.

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