ELEZIONI USA 2024/ Ecco perché i mercati non vogliono né Biden, né Trump

- Carlo Pelanda

Occorre un po' di stabilizzazione nel complesso quadro geopolitico globale. E, quindi, un ruolo degli Usa che né Trump, né Biden possono incarnare

america casabianca 1 ansa1280 640x300 La Casa Bianca (Ansa)

Il gruppo di ricerca dello scrivente è quasi sommerso da richieste di probabilizzare l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi nel novembre 2024 da parte di attori finanziari che avevano colto il significato degli auguri fatti su queste pagine di “buon 2026”, prevedendo un biennio 2024-25 di “metastabilità”, prendendo a prestito il termine dalla termodinamica generalizzata del chimico-fisico russo Ilya Prigogine, premio Nobel 1977, utilizzabile (parzialmente) come “matrice di supersintesi” nei sistemi sociali complessi. I primi mesi del 2024, infatti, mostrano una montante “fluttuazione” del sistema globale che potrebbe portare a turbolenze gravi così come a una ristabilizzazione. Il gruppo di ricerca ha trovato la ristabilizzazione un po’ più probabile, ma solo “un po’ più”, motivo degli auguri posposti.

La bozza di scenario in materia, qui semplificandolo, è multifattoriale: a) conflitti locali multipli a rischio di estensione come risultato della tensione tra i blocchi amerocentrico e sinocentrico; b) rivoluzione tecnologica con velocità tale da eccedere le capacità di adattamento modernizzante di molte aziende; c) instabilità finanziaria per eccesso di debiti; d) mutamento sociologico nelle democrazie che ne indebolisce la governabilità, caricato di significato destabilizzante per l’evidente fenomeno di spaccatura tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri con la complicazione di una riduzione della mobilità ascendente transgenerazionale.

Fattori di ristabilizzazione: A) accordo per evitare conflitti diretti tra America e Cina pur non ancora esteso al Sud globale e riduzione della saldatura sino-russa (segnalata dal blocco da parte delle banche cinesi di operazioni con la Russia per timore di sanzioni americane e dell’Ue); B) investimenti educativi per la riqualificazione di massa della forza lavoro: in atto, lenta, ma in accelerazione; C) contenimento del debito: non ancora sufficientemente attivo, ma compensabile dall’incremento diffuso della crescita globale correlata con una ristabilizzazione geopolitica; D) lo stesso più l’avvio nelle democrazie verso un welfare di investimento sostituivo di quello redistributivo.

Problema: le soluzioni B), C) e D) hanno tempi lunghi mentre ne serve una più rapida per interrompere la fluttuazione destabilizzante. Soluzione: ripristino globale di una centralità statunitense sia dissuasiva, sia accomodante che raffreddi la tendenza conflittuale mondiale. Il mercato, correttamente, non pensa che un’Amministrazione Biden o Trump siano in grado di farlo. Ma lo pensano anche le élite statunitensi. Sul lato democratico si punta a un nuovo ticket o a un vice affidabile che poi sostituisca un Biden dimissionario. Su quello repubblicano c’è il tentativo di costringere Trump a scegliere un vice che lo contenga anche per evitare che i centristi disertino il voto.

L’America sta reagendo al rischio di un leader controproducente, verso maggio o giugno possibile capire come.

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