ELEZIONI USA MIDTERM 2022/ I segnali per Biden e Trump in una sfida all’ultimo voto

- Luca Pirola

I risultati delle elezioni di Midterm 2022 sono ancora incerti. Arrivano comunque dei segnali per il Presidente Biden e l'ala trumpiana dei Repubblicani

Elezioni Midterm negli Usa Elezioni Usa (LaPresse)

I risultati delle elezioni di Midterm 2022, tenutesi negli Stati Uniti nella giornata di ieri, martedì 8 novembre, stanno dando importanti segnali per la presidenza Biden e per tutto il Nord America. I seggi si sono chiusi nella nottata italiana e i risultati si stanno definendo nella mattinata. In queste elezioni viene rinnovata l’intera Camera dei rappresentanti, un terzo del Senato e vengono eletti numerosi Governatori statali nonché diverse altre cariche minori. Il sistema elettorale è un maggioritario puro, in cui, storicamente, pesa molto il singolo candidato e non solo il partito con cui si candida.

Se negli anni scorsi i sondaggisti hanno sottostimato i voti repubblicani, in queste elezioni ciò non è avvenuto, anzi: se la vittoria nella Camera dei rappresentanti era data per certa ai repubblicani, nel momento in cui si scrive questo non può ancora essere dato per assodato. In alcuni collegi chiave la battaglia è all’ultimo voto e se, probabilmente, i dati finali diranno che i repubblicani riusciranno a conquistare il controllo della Camera, questo avverrà con un margine sicuramente molto ridotto. Nei collegi in bilico si sta dimostrando chiave la figura del candidato: stanno andando bene i conservatori classici e meno bene i candidati più trumpiani, quelli che si sono rifiutati di riconoscere la vittoria di Biden nel 2020.

Ancora più difficile si sta dimostrando la corsa al Senato: in uno degli Stati che i repubblicani speravano di vincere (la Pennsylvania) può ormai essere data per ufficiale la vittoria del candidato democratico Fetterman contro il candidato trumpiano Oz. Questo significa che i repubblicani per vincere hanno bisogno di conquistare la Georgia (dove si andrà al ballottaggio, con il candidato democratico in leggero vantaggio) e il seggio del Nevada, dove la corsa è all’ultimo voto.

Il partito democratico ha fatto una campagna incentrata su tre principali argomenti: aborto, clima e democrazia, i repubblicani hanno risposto insistendo su inflazione, sicurezza, tasse. Inflazione, che negli Usa come in Italia, sta incidendo pesantemente sulla vita delle famiglie e per la quale i repubblicani accusano le politiche espansive e i sussidi approvati da Biden, sottolineando la difficoltà del presidente a far valere gli interessi americani con Russia e Cina; sicurezza, con i tassi di omicidi nelle grandi città in crescita, un aumento dell’immigrazione illegale e le forze dell’ordine che in alcuni stati democratici sono delegittimate e a cui vengono ridotti i finanziamenti; tasse, con la promessa di alzare i redditi tramite la riduzione di imposte, anche a fronte della riduzione di alcune spese di sicurezza sociale e delle spese (ad esempio) a sostegno dell’Ucraina.

Sembra, insomma, che la maggioranza degli americani nella giornata di ieri abbia da un lato votato con il portafoglio, più spaventata dal costo dei carburanti (comunque decisamente inferiore a quello italiano) che dei fantasmi sollevati dai democratici di una dittatura in arrivo in caso di vittoria repubblicana, ma d’altro canto rimangano rispettosi nei confronti delle istituzioni e attenti alle competenze dei singoli candidati che li rappresenteranno a Washington e, salvo alcuni Stati del profondo sud, favorevoli a un accesso all’aborto legale, seppur con limitazioni. 

Sicuramente non sarà facile il compito di Biden, cercare di governare comunque per i prossimi due anni con una Camera dei rappresentanti che potrebbe essere controllata dai repubblicani e che comunque sarà molto polarizzata tra i due schieramenti e con un Senato in cui, se manterrà la maggioranza, dovrà comunque dipendere dal voro di ogni singolo senatore.

È infine da sottolineare il risultato impressionante del governatore della Florida Ron de Santis, che è stato rieletto con quasi 20 punti di distacco sullo sfidante democratico in uno Stato che, almeno fino a qualche anno fa, era considerato uno Swing State, uno Stato né democratico né repubblicano. Questa vittoria, unita alla sconfitta di alcuni dei candidati più trumpiani al Senato e alla Camera, pone sicuramente in dubbio la leadership dell’ex presidente Donald Trump sul partito conservatore e offre segnali importanti su quali caratteristiche debba avere un candidato repubblicano per vincere le elezioni: giovane, attento ai problemi delle famiglie e alla scuola, rispettoso delle istituzioni ma allo stesso tempo molto netto nel fare opposizione alle politiche democratiche e alle ideologie liberal, attento alle minoranze (specialmente latinoamericane) e soprattutto aggressivo nelle politiche fiscali (in Florida sostanzialmente non esiste una tassa statale sui redditi delle persone fisiche) e nel sostegno all’industria produttiva che rilocalizza la produzione nel territorio.

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