EDITORIALE/ N° 26 – Aprile 2006 – Le Scienze della Natura: la sfida della complessità

“Complessità” è un termine ormai conosciuto anche in ambito didattico ed educativo in quanto la maggior parte dei fenomeni che studiamo si sviluppano per il sovrapporsi di cause concomitanti

14.04.2006 - Mario Gargantini
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Dalla copertina del n 26 di Emmeciquadro

Complessità è uno dei termini più abusati nell’attuale pubblicistica scientifica e sta guadagnando spazio anche in ambito didattico ed educativo. Spesso è un termine di copertura: si ricorre alla complessità come alibi per non affrontare col dovuto rigore problemi con troppi elementi in gioco o per giustificare l’adozione di soluzioni sbrigative e semplicistiche.
Il problema però esiste e riguarda un aspetto della realtà naturale del quale la scienza sta ora prendendo coscienza in modo nuovo e diffuso; richiede perciò un’attenta e seria considerazione, a partire da una chiarezza epistemologica che metta al riparo da facili approssimazioni. C’è un’accezione generica del termine, derivante dalla constatazione elementare che la natura ci viene incontro proprio col carattere della complessità: la maggior parte dei fenomeni nei quali ci imbattiamo sono determinati da un insieme di fattori, si manifestano attraverso una molteplicità di interazioni e si sviluppano per il sovrapporsi di cause concomitanti. Qui si inserisce per gli insegnanti, fin dalla scuola primaria, la possibilità di evidenziare un punto di forza del metodo scientifico: è l’idea-base galileiana di operare una semplificazione dei fenomeni, di rimuovere gli «accidenti» per poter costruire modelli attraverso un’accurata selezione dei fattori.
Su questo punto, la preoccupazione principale per gli educatori dovrebbe essere di mettere in rilievo che si tratta appunto di «semplificazioni», e di assicurarsi che gli studenti abbiano consapevolezza delle operazioni di selezione ed eliminazione compiute. Per evitare, insomma, di ridurre la realtà ai suoi modelli.
Ancor più impegnativo è il tema della complessità nella sua declinazione più specifica che arriva a definirla come disciplina (si parla di scienza della complessità) o comunque come insieme di metodologie e di approcci trasversali a diverse discipline. È un tema oggetto di studi ancora iniziali o pionieristici, che vede fiorire un po’ ovunque gruppi di lavoro e centri di ricerca che ad esso si richiamano esplicitamente: come l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr, o il più celebre Istituto per lo studio della complessità di Santa Fe fondato dal premio Nobel Murray Gell-Mann. Gli scienziati della complessità si occupano di sistemi formati da un numero elevato di componenti mutuamente interagenti e soggetti a una dinamica non lineare; sono sistemi che esibiscono un comportamento la cui spiegazione non è ottenibile come semplice assemblaggio delle spiegazioni di fenomeni elementari; e dove la predicibilità non sempre è assicurata a causa dell’emergere dei fatti nuovi e insospettabili.
Spesso, all’estremo rigore e alle sottili elaborazioni teoriche di questo tipo di ricerche si accompagna una loro comunicazione al vasto pubblico piuttosto grossolana, che tratta sbrigativamente argomenti molto delicati e mescola con disinvoltura nel crogiolo della complessità concetti come indeterminazione, caos, caso; facendo leva sulla suggestione di alcune implicazioni spettacolari delle teorie (come il celebre effetto farfalla) o sulla spettacolarità delle rappresentazioni tramite la geometria dei frattali.
Il problema in sede educativa è allora di svolgere un lavoro di approfondimento non affrettato, per cogliere la novità e la reale portata dei nuovi paradigmi; per poter poi attuare le necessarie declinazioni pedagogiche. Il presente e i prossimi numeri offrono contributi in questa direzione.

Mario Gargantini
(Direttore della Rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 26 di Emmeciquadro




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