SCIENZA&LIBRI/ Abbasso la Matematica. Regole e formule addio!

L’autore, padre e insegnante, sperimenta con i figli la via dell’assunzione di responsabilità nelle «cose» di casa e nello studio della matematica: un parallelismo curioso, ma significativo.

25.09.2012 - Adriana Davoli
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Dalla copertina del Libro

Il titolo del volume, Abbasso la Matematica, in realtà significa «abbasso l’insegnamento della matematica non attento alle esigenze degli allievi», i quali hanno bisogno di formazione per diventare protagonisti del proprio apprendimento. Il sottotitolo poi, Regole e formule addio!, allude alla proposta didattica dell’autore, il quale suggerisce di giungere alle regole, alle formule, agli algoritmi, alla fine di una lunga strada di avvicinamento per comprenderne il senso.
Con piacevole sorpresa, attraverso questo testo, ho incontrato un educatore (come lui stesso definisce gli insegnanti) attento a far crescere delle persone responsabili. Il racconto, anche se privo dello svolgimento di una storia, mantiene vivo l’interesse del lettore coinvolgendolo nei vivaci rapporti familiari di un padre, insegnante di matematica al liceo scientifico, e dei suoi due figli, Chiara (terza elementare e poi quarta) e Paolo (prima media e poi seconda).
Le vicende di ogni giorno vengono raccontate non solo allo scopo di agganciare l’attenzione, ma anche per sottolineare l’impostazione educativa tesa a sollecitare la responsabilità sia nella vita quotidiana, che nell’apprendimento e nella vita scolastica. Chiara, appena conquista una nuova scoperta, subito porta la novità a scuola, alla sua maestra e così pure Paolo coinvolge i compagni. E anche in casa, i ragazzi sono pronti a condividere il peso delle attività domestiche, accendono il fuoco, rassettano la cucina, poi, in continuità, sono pronti a impegnare tempo e fatica in un lavoro ben più ampio di quello scolastico, con un padre che non si stanca di risvegliare in loro il desiderio di comprendere più a fondo, di chiedersi il perché delle cose, di avere il gusto della scoperta; un padre che li invita a sperimentare, a provare.
L’altro punto forte, che tiene desto l’interesse dei ragazzi e del lettore è la storia della matematica. Dopo il fumetto presentato all’inizio del testo con il racconto del dialogo attraverso cui Socrate è riuscito a far scoprire al servo di Menone il modo per duplicare il quadrato, seguono numerosi esempi in cui viene trascritto il percorso seguito dall’insegnate per guidare gli allievi, e quello seguito da questi ultimi nel porre domande e cercare risposte attraverso le costruzioni, i calcoli, i disegni e le vie indicate.
Jannamorelli trascrive i dialoghi, le perplessità, le obiezioni dei due ragazzi, permettendoci di assistere ai momenti di svolta, ai passaggi in cui, sostenuti dalla curiosità e guidati dal padre – insegnante, essi arrivano a capire.
La storia della matematica non viene relegata in un medaglione staccato, ma entra nel percorso didattico. È sorprendente come si possa risvegliare nei giovani l’interesse per la matematica stessa (per esempio cercare di capire come è stato costruito un algoritmo) e tutto ciò senza l’aiuto di una motivazione esterna, come la mediazione di un problema su argomenti tratti dalla vita comune più vicina ai ragazzi. Uno dei criteri indicati dall’autore è appunto quello di andare alla fonte, per esempio di cercare come è stato affrontato un calcolo nell’antichità.
L’approccio, attraverso il momento sorgivo, sollecita l’impegno dell’allievo con più naturalezza e alla fine la sua soddisfazione ripaga la fatica del maestro e alimenta la sua sete di conoscenza. Sono proprio le scoperte degli allievi la molla per muovere l’interesse dei maestri a trovare sempre nuove strade didattiche per migliorare l’apprendimento dei saperi.
Gli esempi proposti hanno un valore paradigmatico, essi sono validi come spunti per provare a rivoluzionare un po’ il tradizionale metodo di insegnamento. Basta una cordina, un cartoncino e delle forbici, un foglio di carta e una matita, un compasso, e poi la pazienza di provocare negli allievi quello che viene chiamato «intorpidimento» della mente, vale a dire portare lo studente a mettere in discussione ciò che ritiene di conoscere, ma che invece rappresenta una convinzione superficiale.
Tra gli argomenti trattati, ricordo i calcoli relativi alla moltiplicazione e all’estrazione della radice quadrata di un numero, affrontati con una pluralità di metodi tratti dalla storia, anche dell’antico Oriente, studiati anche attraverso rappresentazioni geometriche e senza disdegnare l’uso intelligente del computer e della calcolatrice tascabile. Ricordo la prova del nove che diventa uno spunto per fornire una diversa immagine della matematica, avendo colto l’occasione per aprire uno squarcio sull’aritmetica modulare.
In vari punti l’autore lamenta che le attività di «riflettere e ragionare» sembrano in via di estinzione, in parte a causa della invasiva presenza nel mondo attuale di immagini in rapida sequenza; ma una responsabilità non secondaria va attribuita anche alla scuola, in cui si impongono delle nozioni senza un percorso verso la conquista di scoperte personali.
Questo tipo di didattica finisce per essere all’origine di una vera sofferenza e produce uno spegnimento della curiosità e dell’intraprendenza dei giovani. Per sempre? Ma no, per fortuna il cervello umano ha grandi possibilità di recupero.
Per riattivare i ragazzi è sufficiente che il maestro, o la maestra, accenda la miccia, inneschi e guidi il ragionamento facendo dubitare il discepolo, intorpidendo la sua mente, come ha insegnato il vecchio Socrate. 


Bruno Jannamorelli

Abbasso la Matematica. 
Regole e formule addio!

Qualevita – Torre dei Nolfi (AQ) 2010

Pagine 184 – Euro 15,00

Recensione di Adriana Davoli
(MA.P.ES. (Matematica Pensiero Esperienza), Milano)

© Pubblicato sul n° 46 di Emmeciquadro




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