SCIENZA&LIBRI/ Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere

- Adalberto Porrino

Un richiamo forte a che la scuola non si faccia intimidire dalla normatività automatica imposta dalle tecnologie informatiche, rinunciando al suo compito prioritario di istruire.

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Dalla copertina del Libro

Ecco un titolo che per chi vive e ama la scuola non può essere preso alla leggera, come se si trattasse solo di una battuta paradossale, perché è proprio la scuola l’oggetto della colonizzazione digitale di cui si occupa Casati.
Il sottotitolo, Istruzioni per continuare a leggere, introduce il punto di partenza del libro, ovvero gli effetti sulla lettura della migrazione del libro in ambiente digitale e il ruolo della scuola nella salvaguardia della lettura stessa.
Il processo di migrazione dei libri dalla carta al supporto digitale, iniziato con i lettori digitali dedicati (Kindle e altri), sta conoscendo una accelerazione notevolissima con la diffusione dei tablet. L’iPad è nato «come una seducente appendice finale di un enorme sistema di distribuzione di contenuti» (p. 16) che, tra le altre cose, può ospitare i libri elettronici. Se il libro elettronico spodesterà il cartaceo, «questo dipenderà dal fatto che le persone vogliono cose come l’iPad, le quali con il libro non ha molto a che fare, e troveranno poi naturale usare queste cose anche per scaricare libri» (p.17).
La migrazione del libro su un supporto digitale appare quindi come un processo inarrestabile e l’autore invita a considerarne le possibili conseguenze sulla lettura stessa. Innanzitutto sull’attenzione.
Gli strumenti come i tablet e gli smartphone sono infatti il teatro di una battaglia a scopi commerciali la cui finalità è la conquista dell’attenzione di chi li ha per le mani. Non è un caso – annota l’autore – che «l’unico tasto fuori schermo dell’iPad è un piccolo telecomando, il bottone che permette di invocare la lista delle applicazioni» (p.23). Il libro sull’iPad è solo «una tra le centinaia di migliaia di app a tiro d’indice sfiorante, molte delle quali assolutamente fantastiche e invitanti» (p. 27).
Invece i libri di carta «occupano in maniera gelosa il nostro tempo ed escludono distrazioni». Inoltre, la linearità del libro cartaceo, ovvero il fatto che per ritrovare una informazione basta ripercorrere il libro dall’inizio o all’indietro, «permette di semplificare la comprensione», offre «argomenti nello spazio di una pagina stabile e non scorrevole che permette di tenere sott’occhio molti pensieri alla volta», garantisce «l’isolamento relativo rispetto ad altri artefatti cognitivi che potrebbero entrare in concorrenza con la lettura» (p. 42).
Per questi motivi «l’idea che l’iPad e succedanei siano “il libro del futuro” e se ne auspichi l’introduzione in tutte le scuole va considerata con grandissima cautela» (p. 44). La scuola deve essere invece consapevole del vantaggio cognitivo che le deriva dall’essere «un ambiente protetto in cui si dovrebbe imparare a elaborare l’informazione e non limitarsi a cercarla o a subirla» (p. 53).
Quanto detto sul libro e sulla lettura sono come una premessa all’allarme dell’autore su quella che chiama «normatività automatica che le tecnologie digitali impongono alla scuola».
Questa normatività automatica, che si esplicita nella formula «se un contenuto può migrare verso il digitale, allora deve migrare in ambiente digitale» trova una giustificazione nella convinzione abbastanza diffusa che le nuove generazioni nate con internet e con i videogiochi siano ormai costituite dai cosiddetti «nativi digitali». Si tratterebbe di una sorta di mutazione antropologica della quale la scuola non può fare altro che prendere atto, adattando se stessa a questa nuova realtà.
Casati ripercorre in modo critico la nascita e l’evolversi dell’idea che il nativo digitale sia dotato di una intelligenza specifica, caratterizzata tra l’altro dalla capacità di «fare tante cose insieme» (multitasking), che lo distingue dalle persone che si sono accostate alle tecnologie digitali da adulti, i cosiddetti «immigrati digitali».

La definizione di nativo digitale nasce da Mark Prensky nel 2001 e l’idea è stata poi ripresa con forza in Italia da Paolo Ferri con il libro Nativi digitali pubblicato da Bruno Mondadori nel 2011 che ha suscitato una certa eco (su questo argomento ricordiamo il recente articolo di Carlo Fedeli, “Nuovi media, istruzione ed educazione. Qualche «paletto» pedagogico su cui riflettere“, pubblicato sul n° 49 di questa Rivista).
L’autore contesta alle tesi di Prensky e di Ferri di non possedere un vero supporto empirico e concettuale e argomenta questo giudizio severo in modo articolato e puntuale in alcuni capitoli centrali del libro. Le sue osservazioni costituiscono un buon riferimento per quanti ricerchino argomenti per non «farsi intimidire dalla normatività automatica che le tecnologie impongono».
La scuola deve mantenere la consapevolezza che l’accesso alla informazione e alla documentazione, che è reso facile e ampio oltre ogni immaginazione da internet, non è automaticamente un accesso alla conoscenza: «avere accesso all’enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo e leggerlo non è ancora capirlo» e capirlo non è ancora padroneggiarlo nelle sue applicazioni.
Con tutto questo l’autore non ha assolutamente un atteggiamento «luddistico», pregiudiziale a un utilizzo delle tecnologie digitali nella scuola, ma invita a «riprogettare l’apprendimento attorno alle nuove tecnologie» (p. 86). A questo proposito riporta un esempio da lui stesso messo a punto e utilizzato nell’ambito dell’insegnamento universitario: gli studenti devono leggere ogni settimana un articolo «difficiletto» su un argomento che verrà trattato in aula e inviare un commento/domanda su un blog su cui possono consultare gli interventi dei colleghi. Nella lezione in aula il professore discute gli interventi per poi passare a una esposizione più strutturata della materia. Alla fine della lezione «gli studenti hanno fatto ben quattro passaggi sui contenuti: hanno letto, hanno scritto, hanno discusso e mi hanno sentito esporre» (p.87). L’autore avverte però che per realizzare bene un progetto di apprendimento attorno alle nuove tecnologie «occorre lavorare molto al design di apprendimento in ogni singolo caso» (p.87).
Il libro di Casati è veramente ricco di informazioni e spunti che qui non sono stati citati e quanto sopra esposto è solo una breve traccia all’interno di quanto si può godere dalla sua lettura.
Prima di chiudere, vale forse la pena riportare questo brano dalla conclusione del testo, che sarà sicuramente apprezzato dai lettori della Rivista:
«[…] la scuola e gli insegnanti […] non hanno ragione di farsi intimidire dalla normatività automatica che le tecnologie impongono […]. La missione della scuola, fino a prova contraria, non è di rincorrere la novità, è di istruire. Istruire significa anche dare la possibilità di sapere che esiste e che vale la pena di conoscere da vicino un teorema di logica, La cognizione del dolore, o l’Offerta musicale. Non perché questo “serva” necessariamente a qualcosa. Ma perché è parte di quello che gli esseri umani hanno saputo fare di meglio, ed è un peccato non saperlo. La scuola, in una società che lascia poco spazio a ciò che non è immediatamente utile, ha qui un valore “esemplare”: mostra che è possibile passare del tempo a fare cose belle e senza ricadute economiche» (p. 130).

 

Roberto Casati

Contro il colonialismo digitale.
Istruzioni per continuare a leggere

Laterza – Bari 2013

Pagine 131 – Euro 15,00

 

 

 

 

Recensione di Adalberto Porrino
(Laureato in Matematica, ex dirigente in Enel e CESI s.p.a., ha svolto attività di ricerca nel campo di sistemi elettrici e componenti, efficienza energetica e usi finali dell’energia. Fa parte della Redazione della Rivista Emmeciquadro)

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 52 di Emmeciquadro

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