EDITORIALE/ La Scienza e il respiro della Ragione – N° 52 – Marzo 2014

- Mario Gargantini

Ragionatore o ragionevole? Una sfida che esige, da chi è chiamato a educare i giovani alla scienza, di non lasciarsi condizionare da semplificazioni divulgative o derive irrazionalistiche.

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Il Monte Rosa al nascere del Sole

La Scienza e il respiro della Ragione

C’è bisogno di aria nuova nella scuola; gli studenti hanno bisogno di trovare un luogo che non li soffochi, che non li schiacci tra il nozionismo e l’indifferenza, che li faccia respirare; gli insegnanti hanno bisogno di ritrovare una passione educativa, che non smarrisca il soggetto tra gli oggetti della conoscenza. Per tutto questo bisogna liberare la ragione dalle strettoie di un’immagine e soprattutto di una pratica che la riduce all’esercizio di ragionamenti puramente deduttivi e/o dimostrativi, rendendola incapace di cogliere la realtà in tutta la sua varietà e complessità.
Le discipline scientifiche sono tra le prime ad essere chiamate in causa in questa sfida, per il ruolo che viene loro attribuito di principali, se non uniche, depositarie della razionalità e della corretta metodologia di affronto dei problemi. È importante allora che chi è impegnato sul fronte delle scienze sia consapevole della posta in gioco: contribuire, per riprendere gli interrogativi di Jean Guitton, a formare dei puri «ragionatori» o far crescere personalità in grado di ragionare in modo «ragionevole»?
Abituare al «gioco del ragionamento» che mette in scacco l’esperienza o proporre quell’arte nuova di pensare che porta a «sottomettere la propria ragione all’esperienza»?
Questo numero della Rivista offre contributi eloquenti di «ragionatori ragionevoli».
A partire da un ambito che sembrerebbe lontano da quello strettamente scientifico, l’archeologia, e che invece offre suggerimenti e indicazioni preziose anche per chi, come gli insegnanti di discipline scientifiche, è impegnato nell’impresa di educare alla ragione attraverso la fisica, la chimica, la biologia e «le scienze» propriamente dette. Il merito di questo inaspettato contributo che arriva da una scienza come l’archeologia è dei ricercatori intervistati in questo numero, Giorgio e Marylin Kelly-Buccellati, che offrono un consistente assaggio di quella che chiamano «critica della ragion archeologica», mettendo in luce aspetti epistemologici molto interessanti di «quello che fa l’archeologia e che non fa nessun altro», cioè lo scavo.
Riflettendo criticamente su tale attività, osservano che i dati non sono mai isolati e che «in sostanza noi non abbiamo dati, abbiamo soltanto un tale miscuglio, che nel momento stesso in cui estrichiamo il miscuglio roviniamo il contesto, e quindi la documentazione del contesto è un aspetto di altissima importanza scientifica».
È una simile attenzione al dato, nella più ampia accezione, e una analoga cura rigorosa per non alterare gli scenari osservativi, che ha consentito di compiere grandi scoperte in tutti i campi. È un atteggiamento che permette di aprire nuove linee di indagine; o di far evolvere conoscenze particolari facendo decantare le incrostazioni ideologiche e gli approcci semplicistici e schematici, arrivando anche a inaugurare nuovi campi disciplinari. Come ci insegna, per esempio, la storia della cristallografia, della quale Dino Aquilano ripercorre i passi principali in questo 2014 che l’Unesco ha dichiarato International Year of Cristallography (IYC).
È questa anche la chiave di un lavoro educativo ben documentato nei resoconti di alcune esperienze condotte in tutti i livelli di scuola e segno di una creatività che non viene meno.
Si tratta di operare tenendo fermo questa impostazione: quella di una attenzione costante a che cresca negli studenti la capacità di non separare il ragionare dall’accertamento dei fatti, ricordando che ogni serio ragionamento implica il riconoscimento di qualcosa che viene «prima», implica il prendere atto di qualcosa che lo precede.
È una sorta di obbedienza, oggi poco considerata a livello scolastico in nome di una presunta libertà espressiva e creatività.
A noi sembra invece una condizione per poter essere più liberi, anche di fronte alle modalità pratiche del lavoro scolastico, alle tecniche e alle ricorrenti mode didattiche. Per ritrovare quella creatività che, come abbiamo più volte sottolineato, non è l’opposto della razionalità, ma ne rappresenta piuttosto il trionfo.

Mario Gargantini
(Direttore della Rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 52 di Emmeciquadro

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