SCIENZAEVENTI/ Maurits Cornelis Escher. Una mostra suggestiva

Vale la pena di non farsi sfuggire questa ampia mostra, a Milano, sull’opera di un artista del Novecento, M. C. Escher, che ha saputo meravigliare usando in modo originalissimo la geometria.

28.12.2016 - Raffaella Manara
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Mani che disegnano, 1948

Non sono certo solo i matematici a restare meravigliati e ammirati contemplando le opere inconfondibili di questo artista del Novecento, in esposizione a Milano a Palazzo Reale fino al 22 gennaio 2017.
La rassegna segue lo sviluppo del percorso creativo di Escher dall’inizio della sua attività negli anni giovanili, indagando le influenze delle correnti artistiche e culturali a lui contemporanee con cui si confrontò; sottolineando la grande fecondità del suo incontro nel 1921 con l’Italia, la sua bellezza naturale e il suo inimitabile patrimonio architettonico e artistico.
Le opere in cui raffigura i paesaggi del sud Italia, le città medioevali, le architetture di monumenti rivelano già la penetrazione profonda del suo sguardo nella struttura della realtà che contempla. Uno sguardo che lo porta a restituire nelle sue incisioni, litografie e xilografie la percezione che ogni cosa possiede una sua armonia segreta e un insieme di significati, che si manifestano solo a chi entra, per così dire, in risonanza con quei legami che permettono agli elementi costitutivi, ai «mattoni», alle «particelle elementari» di formare un tutto, diverso dalla somma delle parti.
In ogni paesaggio o particolare o oggetto da lui disegnato emerge un elemento misterioso e quasi magico, determinato dall’assumere prospettive particolari e insolite, da elementi illusori e paradossali, dall’idea di mostrare la possibilità di un rovesciamento inaspettato e affascinante sia del modo di guardare il mondo sia del mondo stesso.
[A sinistra: Maurits Cornelis Escher, 1898-1972]
«Qualche volta ho l’illusione che tutti siano presi dalla pulsione dell’impossibile. La realtà che ci circonda, questo mondo tridimensionale, è troppo comune, troppo noioso, troppo scontato. Aspiriamo ardentemente all’innaturale o al soprannaturale, verso ciò che non esiste, verso i miracoli. Come se la realtà di tutti i giorni non fosse sufficientemente enigmatica! Può succedere infatti a ognuno di noi di uscire all’improvviso e con l’estasi dentro al cuore, dal solco del quotidiano, anche per un solo momento. Può succedere che improvvisamente diventiamo sensibili al miracolo che ci circonda. È il miracolo di quella stessa tridimensionalità dello spazio in cui giorno per giorno arranchiamo, come se spingessimo la macina di un mulino.» [da M. C. Escher, Esplorando l’infinito, Garzanti, 1991, p. 151]
Questo aspetto è molto sottolineato nella mostra, che ne accentua in particolare aspetti ludici e curiosi, con attenta analisi delle illusioni ottiche e prospettiche, e dei principi geometrici che le regolano e le spiegano.
Ma è proprio l’ingresso di Escher nel mondo della geometria, iniziato dal suo viaggio in Spagna che gli ha permesso di incontrare le magnifiche geometrie dell’Alahambra di Cordova, che ha reso la sua opera artistica molto «seria», frutto di una accanita ricerca delle regolarità e delle strutture delle trasformazioni bi e tridimensionali dello spazio.

Cosicché le sue opere più famose e più mature, sulle tassellazioni, sui paradossi spaziali e temporali, fino alle notissime Metamorfosi, sono un tripudio di geometria, forme e movimenti.
[A destra: Metamorphosis, 1969]
Esse stupiscono ancora di più chi conosce un po’ di matematica, a motivo della profonda consonanza tra lo sguardo dell’artista e la visione del matematico, anche se è lo stesso Escher ad affermare di non essere un matematico, di non essersi interessato, mai in modo particolare alla matematica: «Affrontando gli enigmi che ci circondano, e considerando e analizzando le mie osservazioni, sono finito nel dominio della matematica. Benché mi manchino completamente educazione e conoscenza scientifiche, spesso mi sembra di avere più in comune con i matematici che con i miei colleghi artisti.»
Non è infatti un gioco di prestigio vedere e affermare, come la matematica fa, che nella realtà esistono diversi livelli di manifestazioni, diverse possibilità di significato.
Nella maggior parte dei casi, molti livelli ci rimangono incomprensibili, o non abbiamo la forza e la serietà di indagarli; altri ci appaiono contradditori, e ci spaventano, come bisogna ammettere che succede di fronte ad alcune delle sue opere, che si possono definire «inquietanti» – come si nota in particolare nell’ultima parte della mostra, di rielaborazione multimediale dei suoi lavori -; altri ancora si rivelano paradossali, cioè al di fuori della nostra comprensione, ma tali da non consentire di restare fermi di fronte a essi, perché esercitano un irresistibile richiamo a cercare, cercare, cercare una soluzione, una nuova sintesi, una nuova idea.
«Sto incominciando a parlare un linguaggio che è capito da pochi. Mi fa sentire sempre più solo. Dopo tutto, non sto più da nessuna parte. I matematici possono essere amichevoli e interessati, e darmi una paterna pacca sulla spalla, ma alla fine per loro sono un dilettante. Gli ‘artisti’ in genere si irritano, e io sono a volte assalito da un immenso senso di inferiorità.» (1954)
Dilettante o meno, proprio questa intuizione e visione coincidono profondamente con l’atteggiamento del matematico, cercatore e creatore prima che esecutore, indagatore e curioso, che non si accontenta del significato letterale, e non può fare a meno del metaforico e del simbolico.
[A sinistra: Altro mondo, 1946]
Un aspetto che la mostra non espone è l’interesse di Escher per l’infinito, la sua impegnata ricerca di rendere con il suo tratto grafico lo slancio verso l’infinitamente grande e il misterioso presentarsi dell’infinita divisibilità che porta all’infinitamente piccolo.
È un peccato, perché anche in questo l’artista si rivela un precursore: in quegli anni non si parlava ancora di frattali, ma pochi decenni dopo sarebbe emerso vigorosamente l’interesse per gli oggetti che si replicano all’infinito in modo auto similare. I suoi straordinari disegni avrebbero attratto sicuramente anche i più piccoli, che sono particolarmente sensibili all’idea dell’infinito e alle domande che nascono dal suo presentarsi.
Direi che la mostra evidenzia più la spettacolarità dei contenuti, in opere che, in gran parte di piccolo formato e monocromatiche, potrebbero passare più inosservate, se pensiamo, per esempio, alla grandiosità dei quadri di Victor Vasarely (1906-1997), un artista suo contemporaneo che pure ha usato la geometria per descrivere, con la purezza delle forme più semplici, il dinamismo, la varietà, la sconfinata potenzialità del reale.
Escher non teorizza, non crea filosofie e non dà vita a un movimento artistico, sostiene di non essersi posto particolari problemi, di non aver voluto comunicare messaggi, di aver solo disegnato ciò che vedeva.
Eppure egli «vedeva» molto di più di noi, vedeva nella realtà la complessità, una complessità che non permette la semplice riproduzione, e di cui le sue opere svelano una parte di mistero.

 

 

Raffaella Manara
(Membro della redazione della rivista Emmeciquadro)

 

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 63 di Emmeciquadro

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