ENI/ La “metamorfosi americana” del cane a sei zampe

Per RICCARDO GALLO, nel futuro di Eni dobbiamo attenderci delle operazioni molto importanti che andranno nella direzione di fusioni o acquisizioni sul modello delle compagnie petrolifere Usa

19.03.2013 - int. Riccardo Gallo
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Paolo Scaroni (Infophoto)

«Nel futuro di Eni dobbiamo attenderci operazioni molto importanti, che vadano nella direzione di fusioni o acquisizioni sul modello di quanto attuato in passato dalle compagnie petrolifere americane». A sottolinearlo è Riccardo Gallo, professore di Economia applicata alla Sapienza, Università di Roma. In un’intervista a Repubblica l’ad di Eni, Paolo Scaroni, ha spiegato quale sarà il suo piano di sviluppo dopo lo scorporo da Snam ordinato dal governo.

Professor Gallo, per quale motivo è convinto che dopo lo scorporo arriverà una serie di altre operazioni molto importanti?

Per rispondere, dobbiamo guardare alla storia del cane a sei zampe. Nel 2004 realizzai una ricerca molto approfondita su questo tema i cui risultati furono pubblicati su “L’Industria. Rivista di Economia e Politica Industriale”, il cui comitato scientifico è presieduto da Romano Prodi. Il titolo del mio lavoro era “Tendenze dell’industria petrolifera statunitense e di quella italiana”. Vi si operava un confronto tra la struttura economica, patrimoniale, finanziaria e strategica dell’Eni e quella delle multinazionali Usa del petrolio.

A quali conclusioni giunse attraverso questo confronto?

Nella mia ricerca osservavo che l’Eni ricalcava in modo esatto la strategia delle compagnie petrolifere americane. Il cane a sei zampe ripeteva le stesse identiche scelte come quella di ritirarsi dalla chimica, rinunciare alla raffinazione petrolifera, dedicarsi all’esplorazione di giacimenti, investire in un campo piuttosto che in un altro, entrare nel settore non energy. Così è stato fino al 2005, cioè finché nel ruolo di amministratore delegato c’è stato Vittorio Mincato, predecessore di Scaroni.

Se l’Eni ha “copiato” le compagnie Usa, anche le performance economiche sono state identiche?

In realtà, l’Eni fino almeno al 2004, se non anche in una fase successiva, ha avuto una redditività superiore alla media delle compagnie petrolifere americane. Un dato quest’ultimo che in parte si spiega con il fatto che la società italiana è stata più brava delle sue concorrenti d’oltreoceano, e in parte con il fatto che l’Eni ha beneficiato del monopolio del gas. Con il suo arrivo in Eni nel 2005, Paolo Scaroni ha scelto di resistere alle liberalizzazioni e allo scorporo di Snam Rete Gas e Snam.

Che cosa ne pensa del tema delle trattative con i paesi esteri toccato da Scaroni nella sua intervista?

Voglio precisare che per l’attuale amministratore delegato della compagnia italiana nutro grandissima stima. Trovo normale che l’Eni conduca delle trattative, anzi il sale della trattativa consiste proprio nel trovare i punti d’interesse della controparte. La critica politica che rivolgo riguarda il fatto che il governo italiano ha colpevolmente delegato la politica estera della difesa a Finmeccanica, e la politica estera dell’energia all’Eni. Chi si è succeduto a Palazzo Chigi in questo modo ha “aziendalizzato” la politica estera.

 

Ma non c’era la Farnesina a farsi carico della politica estera dell’Italia?

I ministri degli Esteri dei governi di vario colore hanno fatto i diplomatici o poco più, perdendo la loro caratura politica e facendo perdere peso al ruolo internazionale del nostro Paese. Non a caso l’attuale numero uno della Farnesina, Giulio Terzi, è un diplomatico. La conseguenza è che i numeri uno rispettivamente di Finmeccanica ed Eni, invece di incontrare i capi delle multinazionali omologhe e delle società petrolifere, normalmente tengono colloqui con i governanti. Si tratta di una serie di elementi che personalmente trovo patologici. 

 

Che cosa dobbiamo attenderci nel futuro di Eni?

Come dicevo prima, se non vogliamo tirare a indovinare per prevedere il futuro di Eni dobbiamo guardare attentamente alla sua storia. L’unica differenza tra Eni e compagnie petrolifere americane è che queste hanno attuato operazioni gigantesche di acquisizione e fusione, cui al contrario l’Eni non è mai ricorsa. La compagnia italiana ha colto qualche piccola opportunità qua e là, ma non ha mai messo in atto alleanze strategiche né grandi fusioni. Insomma, l’Eni è sempre rimasta l’Eni.

 

Con lo scorporo di Snam sarà ancora così?

Nel 2011, l’ultimo bilancio consolidato di Eni documenta uno stato di salute eccellente in termini patrimoniali, finanziari ed economici. Il gruppo spicca per il capitale netto, la notevole autonomia finanziaria, l’equilibrio finanziario e la redditività. Eni è un gruppo solido, almeno prima dello scorporo di Snam e Snam Rete Gas. Con lo scorporo e la cessione c’è un cambiamento in termini solo finanziari.

 

In che senso?

Le immobilizzazioni sono sostituite dall’ingresso di ingenti liquidità, perché è entrato il corrispettivo della cessione di Snam e SnamRG. Nello stesso tempo è venuta meno la fonte della rendita da monopolio. Da un lato abbiamo quindi un monopolio in meno e redditività inferiore, dall’altra una liquidità in più. La conseguenza è che da questo momento dobbiamo aspettarci delle operazioni importanti.

 

E’ a questo che si riferiva Scaroni nella sua intervista?

Sì, è proprio questo che indica la strategia annunciata da Scaroni, che parla di maggiore propensione al rischio e di maggiori operazioni straordinarie. L’Eni ora infatti ha la liquidità, ma non la rendita che un tempo le garantiva quella redditività superiore addirittura alle compagnie petrolifere americane.

 

(Pietro Vernizzi)

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