ENRICO CARUSO/ Così il “pianto” di Napoli divenne la voce del secolo

- Maurizio Modugno

Il 2 agosto di cento anni fa moriva Enrico Caruso, il più grande tenore della storia, voce ed espressione della sua Napoli e di tutto il Meridione

enrico caruso 640x300
Enrico Caruso

La mattina del 2 agosto 1921 Enrico Caruso moriva all’Hotel Vesuvio di Napoli, assistito da un’équipe di medici il cui primario era Giuseppe Moscati. Cent’anni dall’evento inducono a ripercorrere in estrema sintesi alcune coordinate salienti ed insolite di quello che fu certo il maggior tenore d’opera dal Novecento ad oggi. È necessario a tal fine muoversi dal grembo fecondo che a lui ha dato i natali, ossia da quello che Matilde Serao chiamava Il ventre di Napoli.

Enrico Caruso nasce infatti il 25 febbraio del 1873 nell’ombelico di quel ventre, in via di San Giovanniello 7 agli Otto Calli, non lontano dal Real Albergo de’ Poveri e dal Borgo Sant’Antonio. La città era quella degradata e accalcata d’umanità descritta dalla Serao nel libro-denuncia ora citato. L’infanzia di “Enricuccio” coincide con quel risanamento urbanistico che di Napoli trasformerà profondamente gran parte delle zone storiche. Passato con esiti funesti il colera del 1883, verranno abbattuti caseggiati pericolanti e conventi deserti, stesi una serie di progetti d’ascendenza franco-piemontese, costruite strade ampie e dritte, aperte nuove piazze, gettati i lungomare a mo’ di grandi palcoscenici, inventata la Galleria Umberto I. È lo scenario per la vera protagonista della città: la gente di Napoli. Il senso di libertà, di spensieratezza, ma anche di creatività e d’intraprendenza, d’esibizione e di teatralità con cui uomini e donne d’ogni ceto – lustrascarpe e pescivendoli, demi-monde e guappi, signore dai maestosi cappelli e dandies azzimati – qui vivono il loro spazio e il loro tempo, il loro dramma e la loro speranza, è un dato antropologico forse unico al mondo.

Quando, a dieci anni, Caruso inizia a cantare nelle chiese e a prender qualche lezione, la città deborda di musica. Il San Carlo mette in scena il gran repertorio romantico e scapigliato, il lyrique e l’incipiente Verismo. E col San Carlo, mondano e aristocratico, i teatri minori: il Mercadante, il Bellini, il Nuovo e una provincia vicina (Caserta e Salerno), tutti non meno desiderosi d’opera e di voci. La musica però a Napoli è anche (e forse soprattutto) in strada. I pianini ambulanti propongono fino a notte melodie d’opera e canzoni, ai mercati si reclamizzano pesce e pomodori cantando negli antichi modi arabeggianti. E “nel borgo marinaro di Santa Lucia tra le barche dei pescatori, si radunava spesso un’allegra compagnia di giovani posteggiatori che intonavano, tra la compiaciuta attenzione degli abitanti del luogo, le più belle e conosciute canzoni […]. Di questa compagnia di giovani posteggiatori faceva parte Enrico, uno dei più grandicelli, […] il quale suonava la chitarra e cantava con voce calda e vibrante”.

Fu poco lontano, alla rotonda dei Bagni Risorgimento, che il “posteggiatore più grandicello” conobbe il baritono Eduardo Missiano, allievo del reputato maestro Guglielmo Vergine. Che subito adottò Caruso come allievo. A casa sua, in vico Colonne a Cariati, le lezioni andranno dal 1893 al 1894. L’esordio in palcoscenico sarà il 15 marzo 1895 al Nuovo di Napoli con l’operina L’amico Francesco di Domenico Morelli, subito seguita al Cimarosa di Caserta da Faust e Cavalleria rusticana e al Bellini di Napoli da Faust, Rigoletto, La traviata e Cavalleria. Dopo una breve tournée in Egitto, Caruso torna a Napoli e si impegna con il Teatro Mercadante per La traviataRigolettoI Capuleti e i Montecchi e ancora Faust. I giornali si riempiono di lodi per la nuova stella nascente. La carriera di Enrico Caruso è iniziata e in soli cinque anni avrà una proiezione nazionale e internazionale fulminante, che – con l’affermazione al Metropolitan di New York e l’eccezionale contributo del disco e del grammofono – lo porterà ad essere il tenore più celebre del mondo e un divo all’epoca paragonabile al solo Rodolfo Valentino.

Del resto la voce di Caruso debordava di bellezza e di fascino: per il velluto e il colore, la pienezza carnale dei centri e dei gravi, per un “cielo e mar” negli acuti che pareva esser l’oro del Golfo di Napoli in pieno mezzogiorno. Si sottendeva però sempre a quel timbro gagliardo e d’apparenza serena, un interno dolore, un “llanto” d’ispanica accezione, certo proclamatorio d’una viscerale e misteriosa tortura.

Da dove veniva il “pianto di Caruso”? Dal tenorismo ottocentesco, con i suoi Nemorino, Arturo e Manrico, infelici sempre talora destinati alla “bella morte”. Dall’ancestrale lamento di greci, mori, andalusi, marrani: nella Partenope mescolati e avvinti dal “dolore d’un impossibile ritorno”. Dalla sensualità implacabile che Eros e Dioniso infliggono all’umanità del torrido e abbacinante Mediterraneo. Dalla miseria: da quel “lavoro ultimo”, da quel “faticà” che – ben diceva la Serao – invano cerca protezione e riscatto: nei talenti insperati, nella fortuna al lotto, nelle grazie dei santi, nelle minute superstizioni. E forse, per Enrico, dalla stessa condanna ad esser grande. Scriverà, anni più tardi: “Quand’ero un ignoto, cantavo, a parte la modestia, come un usignuolo, così, pel gusto di cantare, senza preoccupazioni, con i nervi tranquilli e il capo scarico. Ora invece, oppresso dall’incubo d’una reputazione che non può accrescersi, ma che la minima deficienza vocale può compromettere, canto, per così dire, coi nervi. […] Ed è per questo ch’io sono spesso il più infelice degli uomini”.

Egli tuttavia recava al mondo dell’opera qualcosa d’inedito, che andava oltre la mera bellezza del canto. Riferendo d’una recita della Fedora di Giordano a Parigi nel 1905, il critico Nicola Daspuro riportava: “Per tutto il teatro corse un fremito irrefrenabile; la sua voce, prorompente in turbini di sdegno e di straziante angoscia, aveva lampi canori così corruschi e formidabili da superare le folgori. Tutti, nel teatro, trattenevano il respiro; […] Insomma, quello che dava Caruso, era uno spettacolo nuovo della più viva, palpitante e tragica passione dell’umanità”.

Sì perché il Verismo, finora, era stato affrontato dai Roberto Stagno e dai Fernando De Lucia con modi più da Grand Tour nell’Italia del Sud che da tranche de vie popolana, più da recita “in maschera” che da vera “guapparia”, con il successo immenso che dall’Italia della regina Margherita e di Crispi era lecito attendersi: ma in fondo rinviando la “questione meridionale in musica” dalla strada e dalle campagne al salotto e al teatro. Enrico Caruso – con la sua Cavalleria Rusticana, con i suoi Pagliacci, con l’Iris e con Fedora, con le sue canzoni napoletane –segnò una nuova frontiera dell’interpretazione operistica. Riportando la “questione meridionale in musica” ai suoi luoghi e ai suoi modi naturali, al sole e alla polvere di Calabria o di Sicilia, alla fatica, al degrado, all’ombra mariuola dei quartieri spagnuoli di Napoli o di Palermo.

A tutto ciò danno peculiare, ma eccezionale sintesi, due di quelle sue canzoni napoletane: Tu ca nun chiagne (Bovio-De Curtis) O sole mio (Capurro-Di Capua), incise rispettivamente nel 1919 e nel 1916. In O sole mio nessuna esibizione da concertone, nessuna pop-opera: null’altro che una nostalgia lancinante, espressa con una voce intima, raccolta, che mostra quasi con pudore i colori oscuri, i rari bagliori e l’amara sfinitezza di un paesaggio del cuore in realtà “senza sole”. In Tu ca nun chiagne l’accento desolato che Caruso riesce a conferire alla frase “N’anema pare rassegnata e stanca” o a “E tutto dorme e tutto dorme o more”, è poesia nella poesia. Così come gli slanci del ritornelloa “Tu stanotte addò staje?”, “Vogli’a te! Chist’uocchie te vonno n’ata vota vedè” non son altro che gli spasimi di una vana, ultima e disperata attesa amorosa.

Tuttavia Caruso sapeva dar vita anche all’alba fresca e al solleone, non solo al crepuscolo di un amore, di una passione. E il suo Elisir, il suo Rigoletto, la sua Tosca e altre cento incisioni lo testimoniano. Su tutti però noi crediamo che “Donna non vidi mai” dalla Manon Lescaut di Puccini, inciso nel 1913, sia un piccolo trattato vocale sull’innamoramento, forse mai espresso con tanto primaverile brivido e al tempo stesso con tanto intimo stupore. Come vent’anni prima forse faceva per “quacche guagliuna” quel giovane posteggiatore ai Bagni Risorgimento di Napoli.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA