Enzo Tortora, 34 anni fa moriva un innocente/ “Malagiustizia, giornalismo becero e…”

- Niccolò Magnani

34 anni fa moriva Enzo Tortora, il giornalista innocente vittima di “malagiustizia e giornalismo becero”: il ricordo della figlia Gaia, il “caso” giudiziario e…

Enzo Tortora
Enzo Tortora (LaPresse)

34 ANNI DALLA MORTE DI ENZO TORTORA

Una cosa è certa: 34 anni dopo la morte di Enzo Tortora sono in tanti, molti di più a stare “dalla sua parte” rispetto a quando non veniva trascinato in un mefistofelico circuito mediatico-giudiziario in quello che è noto in Italia come l’antesignano di tutti gli errori giudiziari.

Tra i più importanti giornalisti e conduttori tv della storia italiana, Enzo Tortora come noto venne accusato ad inizi anni ottanta di diversi gravi reati tra cui associazione camorristica e traffico di droga: fu incarcerato, processato dentro i tribunali e sui giornali, considerato una “cattiva persona”. Il tutto prima di scoprire che per un assurdo quanto misterioso scambio di identità, la sua situazione giudiziaria lo vide coinvolto ingiustamente per oltre 5 anni. La sua innocenza fu dimostrata il 15 settembre 1986 con la prima sentenza della Corte d’Appello di Napoli, poi confermata in Cassazione nel 1987. Eletto in quegli anni con il Partito Radicale, la sua contagiosa gioia e affabilità degli anni di “Portobello” lasciava spazio alla cupezza per una vita rovinata tanto da magistrati incapaci quanto da giornalisti “carogne”. Tanto che nel 1988, solo un anno dopo la definitiva assoluzione e riabilitazione anche sui media, Enzo Tortora si ammalò e morì in pochi mesi. «Oggi ricorre il 34mo anniversario della morte di Enzo Tortora. Un uomo distrutto dalla mala giustizia e al contempo il simbolo della battaglia per una giustizia giusta. Il 12 giugno con il voto sui 5 referendum possiamo tutti insieme fare un passo decisivo per una riforma seria della giustizia», scrive oggi su Instagram l’ex radicale Bobo Giachetti, ricordando come proprio il “caso Tortora” possa essere considerato un pungolo adeguato per riformare per davvero la magistratura italiana.

IL RICORDO DELLA FIGLIA DI ENZO TORTORA: “MIO PADRE MORÌ PER…”

Ancora più netto l’attuale leader di Italia Viva che da anni ormai intraprende una personale “battaglia” contro alcuni pm: scrive Matteo Renzi nella sua ultime Enews, «sembra possibile che chi ha inquisito Enzo Tortora sia arrivato fino al Csm? Solo in magistratura chi sbaglia non paga mai».

È proprio quella “malagiustizia” unita allo “sputtanamento mediatico” a rendere la storia di Enzo Tortora drammatica e ingiusta. Durante i mesi trascorsi in carcere scrisse diverse lettera alla compagna di allora, Francesca Scopelliti, nelle quali emersero straordinarie testimonianze sul valore della giustizia e sul dramma degli errori “impuniti”: «L’operazione dialettica è molto semplice. Se un cittadino, sbattuto in galera innocente, processato e condannato a pene enormi sulla sola parola di criminali “pentiti”, se dunque, osa protestare, urlare alla vergogna, chiedere un tipo di giustizia diverso e degno dell’Occidente, allora salta su, da una delle “correnti” della nostra beneamata Magistratura il solito (disinformato) colonnello in toga che accusa (la citazione è testuale) “di screditare l’immagine di una giustizia impegnata sul difficile fronte della criminalità organizzata” (Sic!)». Secondo Enzo Tortora, vi erano solo tre categorie di persone che non rispondono dei propri crimini: «i bambini, i pazzi e i magistrati». In una commossa intervista del febbraio 2020, la figlia Gaia – oggi giornalista per “La7” – ricordava ancora la rabbia per quanto avvenuto a papà Enzo negli anni Ottanta: «Mio padre è morto di malagiustizia ma anche di pessimo giornalismo. In questo senso è morto invano, perché la sua vicenda ha insegnato poco ai colleghi e ancor meno a parte della magistratura». Gaia Tortora non si motiva il perché «i responsabili dell’inferno di mio padre hanno fatto tutti ottime carriere»; quella della magistratura, concluse la figlia di Enzo Tortora, «è la lobby più potente che c’è in Italia. Uno dei mali della giustizia è proprio che i giudici pretendono di non essere mai messi in discussione. E la politica va loro dietro, asserendo che le sentenze non si commentano».







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