Ermanno Olmi/ “Albero degli zoccoli come ritratto di una madre, quando non c’è..”

- Morgan K. Barraco

Ermanno Olmi, il regista di umili origini dal viaggio verso Milano alla svolta Edison-Volta che gli permise il salto di qualità nello spettacolo.

ermanno olmi 2019 tv
Ermanno Olmi
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Ermanno Olmi, regista de L’Albero degli Zoccoli, ha descritto il suo film come un “ritratto della propria madre”. Il suo capolavoro del 1978, questa sera in onda su Rai3 alle ore 21, nonché vincitore della prestigiosa Palma d’Oro al Festival di Cannes di quell’anno, racconta le vicende di quattro famiglie che vivono nello stesso cascinale della Bassa Bergamasca. Una storia profonda, da osservare in ogni sua sfaccettatura: “Amo rappresentare la vita che mi appartiene di più, io sono figlio di quella terra, è come fare il ritratto della propria madre”, le sue parole riportate su Cooming Soon.it. “La madre la riconosciamo davvero quando è perduta, quando l’abbiamo accanto è una realtà che ci spetta, non ne siamo del tutto consapevoli. Quando ci viene a mancare, allora cerchiamo nella memoria di ricomporre il suo mondo, sentire le voci, avere addirittura una sensazione palpabile del ricordo”. (Aggiornamento di Jacopo D’Antuono)

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Ermanno Olmi, regista bergamasco dal passato duro

Di origine bergamasca, Ermanno Olmi nasce nel luglio del ’31 in una famiglia povera e rimarrà orfano di padre già durante gli anni della giovinezza. Per seguire il suo sogno di far parte del mondo dello spettacolo, deciderà poi di trasferirsi a Milano, ma sarà il lavoro presso la Edison-Volta, dove lavorava già la madre, a dargli l’opportunità di prendere in mano per la prima volta la macchina da presa. Orlmi infatti viene incaricato di documentare le produzioni industriali e non si lascerà sfuggire l’occasione per mettere in mostra il proprio talento. Una buona base che, nonostante la scarsa esperienza, gli darà molto di realizzare diversi documentari fra gli anni Cinquanta e Sessanta, fra cui La diga del ghiacciaio, dove documenterà la costruzione della Diga del Sabbione. Il debutto avverrà invece nel ’59 con Il tempo si è fermato, un lungometraggio che due anni dopo cederà il passo a Il posto, realizzato due anni dopo e che gli regalerà il consenso della critica. Anche se il successo avverrà solo a fine degli anni Settanta, grazie a L’albero degli Zoccoli. Il film verrà trasmesso nella prima serata di Rai 3 di oggi, venerdì 10 aprile 2020, e rappresenta in modo poetico e realistico quel mondo contadino in cui il regista è nato e cresciuto. La pellicola lo premierà inoltre con il Premio Cesar per il Miglior Film Straniero e la Palma d’Oro a Cannes, mentre il David di Donatello – quattro in tutto, gli verrà consegnato per il film La leggenda del santo bevitore, basato sul romanzo scritto da Joseph Roth e dal titolo omonimo.

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Ermanno Olmi, “Vedete, sono uno di voi” come testamento

Spesso accostato a Pier Paolo Pasolini, il regista Ermanno Olmi lascerà come testamento artistico il film Vedete, sono uno di voi (2017), in cui racconta con la sua voce la vita del Cardinale Martini. “Non è un documentario“, dirà all’epoca a Rolling Stone, “non c’era nulla di prestabilito, io facevo semplicemente da colonna guida con la mia voce. Com’è capitato in passato, sarebbe dovuto poi arrivare un signore distinto, lo speaker del giorno, per recitare le battute. Ma a un certo punto io e Paolo Cottignola, il montatore, ci siamo resi conto che l’effetto sarebbe stato molto diverso, con la voce di qualcun altro. Con la mia voce si manifestava una comunione di sentimenti: come un nonno che racconta una favola ai bambini. In questi casi, non è pensabile passare attraverso un intruso“. La povertà invece sarà al centro del suo L’albero degli zoccoli, il primo film di successo del regista italiano. Il titolo, come rivelato alla Rai in quegli anni, “si riferisce ad un episodio del film, che è anche l’episodio conclusivo, l’albero da cui uno dei contadini ricava un paio di zoccoli e per i quali alla fine verrà allontanato dal lavoro”. Con alle spalle una famiglia contadina e religiosa, Olmi non ha mai nascosto di aver lasciato questa impronta anche nel suo primo capolavoro. “La componente religiosa era molto sentita“, ha affermato, “non solo così come fatto di superstizione e di abitudine, ma come autentico atto di fede”.

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