DIARIO HAITI/ Il racconto: il dolore continua tra le macerie ma la carità lavora a luci spente

- Alberto Reggiori

Haiti è ancora in preda al caos, anche se i media hanno smesso di parlarne. Quando anche l’ultima Ong se ne sarà andata, l’unica istituzione a restare sarà quella che sta lavorando, nel silenzio, più di tutte: la Chiesa. Il racconto di ALBERTO REGGIORI

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La prefazione di Antonio Socci al libro di Alberto Reggiori

Sono rientrato da qualche giorno da Haiti dove ho svolto, con la pediatra Chiara Mezzalira, una missione esplorativa per conto di AVSI: era nostra intenzione vedere quali fossero i bisogni sanitari più urgenti e sinora non coperti dai soccorsi presenti. Sembra quasi una ripetizione più volte sentita lo scenario con cui abbiamo avuto l’impatto: una città che si presenta in stato d’assedio.

L’aeroporto occupato dall’esercito americano: scene da Apocalypse Now con elicotteri, C130, jepponi e soldati ovunque. Fuori una folla agitata e urlante che chiede di tutto, chi aiuti, chi di andarsene, chi semplicemente soldi ai nuovi arrivati. Per nostra fortuna ci sono già qui gli amici di AVSI, presente sull’ isola da circa 10 anni con progetti di educazione, protezione sociale e agricoltura, che ci recuperano e ci portano subito a vedere da vicino questo girone infernale ambientato ai Caraibi.

La prima meta è la tendopoli sorta improvvisamente a Cité Soleil, quartiere già tra i più poveri della capitale Port-au-Prince. Qui si sono radunate spontaneamente oltre 8mila persone sfollate dalle loro povere case e baracche crollate. Visitiamo questo ambiente con un certo timore: la gente è piuttosto arrabbiata e non sono mancati episodi di violenza in giorni recenti: in realtà AVSI qui è conosciuta e benvoluta.

Incontriamo i volontari AVSI locali che hanno distribuito teli-tenda, pentole, catini, taniche ed altri beni di prima necessità. Il sopralluogo ci conferma quello che temevamo: in ogni tenda ci sono bambini con febbre, neonati con gastroenteriti, donne gravide anemiche e deboli, parassitosi della pelle ed altro.

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Inevitabile in un enorme spiazzo sovraffollato, senza un cesso, senza punti di distribuzione dell’acqua, senza zone per cucinare. I bambini, sempre sorridenti ed entusiasti di nuovi incontri, ci circondano e vogliono darci la mano ad uno ad uno.

 

Poi visitiamo anche quattro ospedali che invece sembrano ben assistiti: medici americani, italiani, francesi e sud-americani sono lì presenti con le organizzazioni più diverse ed assistono le vittime del terremoto: nei letti disposti all’aperto, nei cortili, si notano feriti già operati, quasi tutti giovani, moltissimi gli amputati. Si stimano in 15mila le persone con arti amputati: questo vuol dire che in breve Haiti sarà popolata da migliaia di mutilati ed invalidi che, se non saranno assistiti con un energico e capillare intervento di protesizzazione e riabilitazione rischiano di trasformarsi in straccioni e mendicanti.

 

La nostra decisione a questo punto è praticamente imposta dalla realtà incontrata. Faremo una serie di ambulatori in questa tendopoli dal nome luminoso, Citè Soleil, ma dalla sostanza tremendamente oscura. Scriviamo in fretta il progetto per farlo approvare e finanziare da qualche agenzia delle Nazioni Unite e ci mettiamo al lavoro.

 

Cominciamo nei giorni seguenti a visitare persone, donne e bambini soprattutto. Con l’andare del tempo il loro numero aumenta e più li assistiamo più scopriamo la dimensione dei problemi, moltissimi sono anche i malnutriti, molte le famiglie con morti e dispersi. Cominciamo anche la distribuzione di farmaci ed alimenti energetici.

 

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Quando attraversiamo la città intrappolata dalle persone che vivono per strada, dalle macerie che ingombrano il cammino e dal micidiale traffico di taxi e TIR dei soccorsi, siamo circondati dallo scenario dantesco di case crollate e paurosamente inclinate, da montagne di macerie con cartelli che indicano i morti ancora lì sotto sepolti, dal lezzo della ganghe, da gente smarrita che bivacca nei pressi di quella che era la sua casa.

 

L’inevitabilità della vita che richiama prepotentemente alle normali attività non può cancellare il grande dolore che ha colpito tutti: non c’è famiglia senza morti o feriti. Confermato che gli aiuti dalle nazioni ricche, USA ed Italia in testa, sono necessari e preziosissimi, quello che si nota è che la compagnia più grande che il popolo haitiano sta ricevendo è da parte della chiesa: innumerevoli sono le congregazioni, le singole persone, le ong cattoliche che stanno loro accanto e che continueranno a farlo anche quando il mondo spegnerà i suoi riflettori su Haiti.

 

Cosa che i media italiani hanno peraltro già fatto da un pezzo: sfogliando i giornali italiani non si trova più da giorni alcuna notizia del terremoto. Alcuni esempi di questa gratuita carità sono Suor Marcella Catozza che ha riaperto il suo ambulatorio, crollato, nel quartiere discarica di Wharf Jeremy, vicino al mare o padre Gianfranco, camilliano che lavora indefessamente nel suo ospedale imitando la carità del santo fondatore, S. Camillo de Lellis, o i Francescani che hanno aperto un ambulatorio nella chiesa, dove anche noi abbiamo dato una mano visitando centinaia di pazienti, o le allegre suore sud-americane che hanno riattivato dispensari e distribuito alimenti e farmaci arrivando da tutti i paesi del Sud America, Cuba compresa.

 

Anche AVSI che ha già iniziato l’attività ambulatoriale e che la continuerà per mesi inviando medici a rotazione (si faccia avanti chi è disponibile) è su questa strada che trae le sue energie dalla presenza di Chi duemila anni fa ha dato un senso ed un valore assoluto al dolore ed alla sofferenza umana affermando “beati i poveri, beati voi che ora piangete perché sarete consolati, beati voi che avete fame e sete di giustizia…”. Questa non è una presenza dimessa e malinconica, è una vita piena di speranza e laboriosità. Per questo sarebbe un delitto non continuare a camminare insieme al popolo di Haiti.

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