DIARIO HAITI/ Fiammetta: gli occhi pieni di speranza mi fanno vincere la fatica di ogni giorno

- Fiammetta Cappellini

I giorni passano e ad Haiti i campi profughi si strutturano e crescono grazie all’impegno incessante dei volontari che, dal giorno del terremoto, non si sono mai fermati. FIAMMETTA CAPPELLINI torna a descrivere le sue giornate in queste nuove pagine del suo diario

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Carissimi,

È da un po che non scrivo

Cioè: mi rendo conto che non scrivo da un po’ perche guardo la data dell’ultimo messaggio… ma per il resto… si corre talmente tanto e talmente in fretta tutto il giorno che le giornate e le settimane passano in un soffio.

Le attività sono a pieno ritmo e avanziamo di giorno in giorno non dico verso la normalità e la normalizzazione, ma quanto meno verso una situazione di vita leggermente migliore.

I campi dove lavoriamo a cite Soleil sono sempre piu popolosi: diverse persone si stanno spostando dai campi più piccoli verso quelli più grandi (come i nostri due di Place Fierte e di Parc Bobi). Da un certo punto di vista, vedono che i campi più grandi sono meglio serviti, sotto un altro punto di vista invece si rendono conto che la loro casa non è recuperabile e quindi non è utile restare vicino alle macerie sperando in un miracolo. Diciamo che per certi versi è una sorta di accettazione dell’attuale situazione a spingerli verso di noi.

Questo nuovo afflusso di gente crea alcuni problemi e nuove sfide.

Cerchiamo di prenderlo come una opportunità che rende il nostro alvoro ancora più importante, però, insomma, devo ammettere che ogni mattina vedere il campo più vasto, piu affollato, sempre più brulicante… beh, a volte ci scoraggia un po’. Solo un po’. Poi ci rimbocchiamo le maniche e andiamo avanti.

A Place fierte siamo ormai a circa 2500 persone. A Parc Bobi l’ultimo conteggio dava oltre 4.500 persone. Abbiamo chiuso la settimana scorsa festeggiando l’arrivo dell’acqua potabile, mentre questa settimana speriamo di festeggiare entro sabato l’installazione della luce.

 

Infatti, uno dei criteri per definire un campo profughi come minimamente rispettoso dei criteri di sicurezza (specie per le donne e per le ragazze) è che la zona toilette almeno sia illuminata. E’ un modo per rendere meno pericolosa la promiscuità e scoraggiare la violenza contro le donne. Noi le toilette non le abbiamo ancora (ahimè…), pero siamo quasi pronti a creare almeno due punti illuminati in ogni campo. Sara una grande innovazione e ci stiamo lavorando con impegno, grazie anche agli ormai cari amici della protezione civile italiana che ci hanno regalato i generatori e le alogene. Saremo in assoluto il primo campo illuminato di Port-au-Prince!

 

Per il resto, appunto, ci stiamo strutturando: da una cosa ne nasce un’altra e molti aiuti ci arrivano in modo inaspettato anche dal fatto che si constata il tanto che siamo riusciti a fare.

 

Entrambi i campi contano ora una cinquantina di grandi tende ciascuno.

 

Ogni tenda sono due o tre famiglie, per un totale di circa 10-15 persone per tenda. Si tratta delle famiglie più vulnerabili, con bambini piccoli, donne sole con molti bambini, persone anziane, con handicap. In una delle tende più grandi funziona a pieno ritmo l’ambulatorio della pediatra Chiara. Chiara è aiutata a tempo pieno da tre suore messicane di cui una è medico. Si sono offerte volontarie dopo una prima visita al campo, vedendo il grande lavoro che c’era da fare. Siamo così attivi che lavoriamo ormai 3 giorni alla settimana anche nel nuovo ambulatorio di Parc Bobi (altre due tende…). Uno dei problemi principali dei bambini da 0 a 5 anni è la malnutrizione.

 

Chiara se n’è resa conto immediatamente, senza bisogno di tante statistiche che pure abbiamo raccolto. Così abbiamo chiesto aiuto al PAM e a Unicef e proprio oggi abbiamo ricevuto una prima donazione di latte terapeutico per i bambini con meno di sei mesi che avrebbero bisogno del latte materno ma che spesso una mamma non ce l’hanno più. Cominceremo domani questa nuova esperienza con un primo gruppetto. Poi da settimana prossima arriveranno i supplementi alimentari del PAM, che dovrebbero coprire il fabbisogno di circa 3500 bambini. Sarà uno sforzo logistico immenso, ma sono fiduciosa che troveremo una soluzione anche a questo.

 

Altro punto di grande attrazione del campo è la scuola: le nostre prime due tende sono diventate presto insufficienti per i bambini del campo, così da qualche giorno ci siamo trasferiti in una nuova grande tenda dono dell’unicef. L’abbiamo montata a tempo record anche se… ci manca ancora il pavimento! Sono 72 metri quadri di tenda e i nostri bambini ne sono felicissimi: ha persino le finestre! Il campo di Parc Bobi è molto invidioso, per cui mi sa che entro breve dovremo provvedere a montarne una anche là…

 

 

In tutte queste frenetiche attività, il tempo per fermarsi a rifiatare manca del tutto. Oggi tra i mille messaggi ho trovato la mail di una carissima amica, che non vedo ormai da anni, ma con la quale non ci siamo mai davvero perse di vista. Mi pone domande che mi fanno riflettere e forse in un certo senso mi mettono un po in crisi. Chiara – la mia amica – si domanda e mi domanda:

 

“Ti immagino lavorare a ritmi molto alti perchè sei in una situazione in cui si potrebbe lavorare 24 ore su 24 e neanche questo basterebbe a fare tutto quello che è necessario; ma quanto reggi ancora? Ogni tanto fermarsi è un’esigenza, come fai ad andare avanti? … la tua scelta per Alessandro fa pensare, non so cosa avremmo fatto noi al tuo posto perchè certe situazioni non si possono giudicare dall’esterno, si possono capire solo vivendo tragedie così dall’interno. … Non so come fai a stare lontana da lui da così tanto, io non so se ce la farei, ma soprattutto, lui ce la fa? cosa pensa della situazione?….”

 

Eh, Chiara, quante domande…

 

Non le ho tutte queste risposte!

 

Però le sue parole mi fanno pensare. Come facciamo ad andare avanti con questi ritmi? Non lo so. Però ogni volta che vado al campo e Simone ha un nuovo “caso umano” dei suoi, anche se siamo stanchi, distrutti, ci riattiviamo in cerca di una soluzione, di un medico, di un materasso in piu, di un posto in una tenda sovraffollata, di una bottiglietta di latte “speciale” per uno dei piccoli di Chiara… e come si potrebbe dire di no? Come si fa a dire a questa gente, che ci guarda con la speranza negli occhi, come si fa a dire loro “no, guarda, ora siamo stanchi, ci pensiamo magari domani”? come si fa?

 

Forse a freddo, a tavolino, ce lo diciamo, che bisogna rallentare, che siamo stanchi. Ma quando siamo li, sul terreno… no, non possiamo ancora rallentare. Non finchè ci sono bambini senza nemmeno un telo di plastica a ripararli, non finchè c’e’ la signora di 80 anni che non mangia da tre giorni e va portata in ospedale, non finchè troviamo bambini di due anni soli in tenda perchèi genitori sono usciti a cercare cibo. Come facciamo ad andare avanti? Non lo so. Ma mi chiedo: e con che coraggio ci potremmo fermare?

 

 

Poi certo, la scelta di restare, di continuare con questi ritmi, diventa scelta obbligata di restare lontani dal nostro piccolo Alessandro ancora per un po’. Qui non ci sono ora le condizioni perchè lui torni e io non posso partire ora. E quindi lui è in Italia e noi siamo qui. Oggi guardavo le sue foto di carnevale e mi dicevo che mi sto perdendo delle cose importanti della sua vita. E’ difficile da accettare per un genitore. Mi chiedo: Capirà il perche? Non lo so. Cosa pensa della situazione? Non ne ho idea.

 

Però io penso che Alessandro sia un bambino fortunato, anche se è lontano dai suoi genitori, perche questa è una separazione temporanea, perche comunque non gli mancherà l’affetto di cui avrà bisogno, né le certezze che gli servono per crescere. Penso anche di essere io una mamma fortunata, perché il mio bambino non è morto sotto una casa crollata, non gli hanno amputato un braccio per strapparlo alle macerie, perchè ho potuto scegliere di non tenerlo in questo inferno, perche lo so al sicuro e amato e accudito.

 

Mi manca molto, e credo di mancare a lui.

 

Ma quando mi guardo intorno in questa città che non esiste più, e vedo come vive questa gente, di quante cose ha bisogno, quanti bambini non hanno assolutamente nessuno…, mi dico che questa è la cosa giusta da fare, perché il nostro dire che “ogni uomo e’ mio fratello” sia una cosa vera, non siano solo parole. Anche questi bambini hanno diritto come il mio a una casa, a una famiglia, a un gesto di affetto, a una vita normale. Finche il mio lavoro serve a garantire questo… io resto.
Almeno ancora un po’.

 

Io credo che Alessandro capirà, che dici Chiara?

 

A presto, Fiammetta

 

P.s.

 

Oggi (ieri ndr) la terra ha tremato ancora piuttosto forte. Abbiamo fatto il solito giro di telefonate e di controlli e abbiamo verificato che tutto era rimasto a posto. La gioia delle buone notizie batte lo sconforto dell’insicurezza 3-0.

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