ATTENTATO RUSSIA/ Giovanna, da Mosca: “le bombe non possono annientare la nostra umanità”

- Giovanna Parravicini

GIOVANNA PARRAVICINI, da Mosca, manda questa testimonianza dopo l’attentato. C’è solo una possibilità contro la paura: «domandare che Cristo diventi l’unica legge dell’esistenza»

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Lunedì mattina, Messa delle 8 a San Luigi dei Francesi, una delle due chiese cattoliche rimaste aperte in Urss anche sotto il regime sovietico, proprio dietro la Lubjanka, il famigerato quartier generale del Kgb. In chiesa poco più di una ventina di persone, perlopiù suore, un paio di uomini d’affari e qualche persona anziana. Sono proprio le suore salesiane, che arrivano trafelate, a dare l’allarme: nel vagone della metropolitana davanti al loro, alla stazione Lubjanka, mentre stavano scendendo per venire a Messa c’è stata un’esplosione. Ricordano una donna con i capelli e gli abiti in fiamme, loro sono riuscite a scappare, illese, ma hanno frammenti di vetri conficcati nei cappotti e se ne accorgono solo ora, in chiesa.

Dopo la Messa, uscendo dal dedalo di stradine silenziose – l’intero quartiere è formato da uffici dei Servizi, non ci abita nessuno – la città impazzisce, sirene di autoambulanze, pompieri, auto della polizia. Piazza Lubjanka è bloccata, il traffico viene deviato. La gente non sa ancora, ma nessuno protesta, è facile intuire che è successo qualcosa, pensare a una sciagura di vaste proporzioni.

Arrivati al lavoro, ci si attacca a internet con l’angoscia che le due deflagrazioni susseguitesi a distanza di poco più di mezz’ora siano solo l’inizio, e intanto comincia il fuoco di fila di telefonate e sms per assicurarsi vicendevolmente che stiamo bene, non siamo coinvolti.

È fin troppo facile indovinare la dinamica dell’accaduto, l’hanno capita tutti al solo udire l’urlo lacerante delle sirene: è l’ennesima sfida del terrorismo caucasico al cuore dello Stato russo, messa a segno da un commando di sole donne, come durante il conflitto russo-ceceno.

Quanto più cresce la paura – e lo attestano le strade che si sono rapidamente spopolate, la metropolitana semideserta anche stasera all’ora di punta – tanto più sembra prevalere la preoccupazione di infondere sicurezza. Quasi insultante, la sicumera con cui il sindaco Lužkov dichiara che «grazie all’efficienza della polizia, in città si è evitato il panico». Il Cremlino dichiara immediatamente di aver già disposto il rafforzamento delle misure di sicurezza in tutto il Paese: la lotta al terrorismo sarà proseguita «sino alla fine e senza alcuna esitazione», come assicura il presidente Medvedev. E Putin, dalla città siberiana di Krasnojarsk dove si trovava, ha definito «orribile per le sue conseguenze» e «ributtante per le modalità» il duplice attentato, promettendo che «i terroristi saranno eliminati».

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Il messaggio del patriarca Kirill non si discosta molto: «Non dobbiamo rispondere al pericolo con la paura, il panico o la rabbia. La nostra risposta sia l’unità del nostro popolo, la sua risoluta volontà di fermare i terroristi e chi li sostiene, li finanzia o li giustifica. Il castigo di Dio li colpirà. Credo che non tarderà neppure la giustizia umana».

 

Rabbia, panico, paura – proprio queste, intanto, sembrano essere le alternative reali alla sicurezza ostentata dalle autorità: nel metro alcune donne di fattezze caucasiche sono state malmenate e spintonate fuori dal vagone, tra l’indifferenza dei passeggeri e l’assenza dei poliziotti; sui blog circolano commenti tra l’amaro e il cinico sul fatto che, se in epoca sovietica l’ateismo era compensato da un’etica civile almeno nelle relazioni interpersonali, oggi si parla tanto di rinascita della fede ma si è persa ogni fiducia gli uni negli altri e tanto più nello Stato.

 

Intanto, mentre girovago tra i siti internet alla ricerca di una parola di speranza reale, mi arriva per posta elettronica la lettera di un’amica:

 

«Cari amici,

Stamattina, quando ho saputo degli attentati, come sempre ho avuto paura. Paura per i miei amici, per voi. Ma stavolta, più grande della paura è stato il dolore. Dolore perché mi sono resa conto di quanto soffra Cristo, guardando noi così malvagi e vendicativi. All’inizio della Settimana santa, mentre inizia il Suo cammino di passione, Gli tocca una nuova smisurata sofferenza.

“Ti ho amato di un amore eterno, perché ho avuto pietà del tuo niente”. Chiediamo oggi, insieme, nella preghiera di aiutarci a vicenda a non lasciarci sommergere dalla paura, di essere insieme a Cristo nelle Sue sofferenze che continuano anche ora. Di stare dalla Sua parte, dalla parte della gratuità di Dio. Che ha avuto così pietà di noi da morire per noi. Un Dio morto per noi!.. Senza riconoscere questa Presenza resa possibile dal Suo sacrificio, l’uomo è condannato a restare nella sua malvagità, nella sua meschinità e dissipazione. Chiediamo insieme la Sua misericordia, perché l’amore di Cristo diventi l’unica possibile legge dell’esistenza per tutti. Olja».

 

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Poco dopo mi scrive Tanja: «Tra i morti c’è la mamma di una mia amica, era uscita per andare al lavoro ed è stata scelta insieme agli altri per condividere la croce con Gesù. Sai, mi è venuto in mente l’anno in cui è morta mia madre, e mio fratello, ferito in Cecenia, era in rianimazione. Don Paolo mi aveva chiesto: “Da che cosa puoi essere sicura che Cristo ti ama?”, e mentre io stavo pensando a che cosa rispondere ha aggiunto: “Dal fatto che ti ha permesso di salire in croce con Lui”.

 

Stamattina, quando è arrivata la notizia stavo cominciando una lezione di biologia a ragazzini di 13 anni, e appena ho cominciato a parlare di quello che è successo uno dei “migliori” ha detto: “Ho capito, dobbiamo fare un minuto di silenzio”. Per me è stato un colpo, che anche il far memoria potesse trasformarsi in un gesto “scontato”… e ho detto “No. Non lo facciamo, voglio solo dirvi che davanti a quelli che sono morti non posso non chiedermi, perché io invece sono ancora viva. E oltre alla preghiera e al silenzio, c’è solo una cosa che mi aiuta a condividere questo dolore, a partecipare a questa sofferenza, che le dà un senso: la verità e la serietà con cui sto di fronte all’istante, a quello che sto facendo, a questa lezione”. Non ho mai visto occhi tanto attenti e seri, un silenzio così carico di lavoro come oggi, in quella classe. E quando una ragazzina ha tentato di lanciare qualcuna delle sue solite battute, sono stati proprio i tipi più “difficili” a fermarla, con una maturità che non gli avevo mai visto».

 

E la realtà torna a ricomporsi, ridiventa umana – si può vivere così, senza essere lacerati neppure dalle bombe.

 

 

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