SCENARIO/ Funzionerà il piano per unire Seul e Pyongyang?

- La Redazione

Istituzione di un forum di dialogo, cooperazione economica e unione politica: così il presidente sudcoreano Lee Myung-bak è convinto che Seul si riunificherà con Pyongyang. L'analisi di EMANUELE SCHIBOTTO

Lee_Myung_BakR375 Lee Myung-bak, presidente della Corea del Sud (Foto:Ansa)

Durante le celebrazioni per il sessantacinquesimo anniversario della liberazione dall’occupazione giapponese (Gwangbokjeol in coreano), il Presidente Lee Myung-bak ha annunciato per la prima volta il suo piano per la riunificazione della penisola coreana.

Dopo aver parlato circa le sfide che attendono il Paese in termini di politica nazionale, sviluppo economico e nuovo ruolo internazionale, nel suo discorso il Presidente Lee ha affrontato la questione della riunificazione: «Sebbene la Guerra di Corea si svolse 60 anni orsono, la penisola rimane ancora l’unico Paese diviso dalle rivalità figlie della Guerra fredda. È quindi doveroso aspirare, sia per il Nord che per il Sud, alla comune pace e prosperità, le quali ci guideranno verso la riunificazione, il giusto cammino per raggiungere la vera liberazione della nazione».

Secondo Lee, entrambi gli Stati dovrebbero agire in maniera concordata al fine di raggiungere l’obiettivo ultimo della riunificazione pacifica. Sia Seoul che Pyongyang dovrebbero «preferire la coesistenza al confronto; il progresso al ristagno». Ricordiamo che le due Coree sono ancora formalmente in stato di guerra e che recentemente il Presidente Lee, a seguito della vicenda Cheonan, aveva riabilitato la definizione di “nemico numero uno” in relazione a Pyongyang, in disuso dal 2004. La strategia del Presidente Lee prevede tre passaggi obbligati, descritti chiaramente nel suo discorso.

Anzitutto, è necessaria l’istituzione di una “comunità della pace” che garantisca il mantenimento della pace e della sicurezza lungo la penisola, in modo particolare attraverso l’attuazione del processo di denuclearizzazione. Dopo aver istituito un forum di dialogo (dalla lettura del discorso, Lee  avrebbe in animo di realizzare un forum bilaterale, quindi non considerando il Gruppo dei Sei), il passo successivo si concretizzerebbe nello sviluppo massiccio degli scambi commerciali bilaterali, costituendo una comunità economica con l’obiettivo dell’integrazione economica.  Il modello scelto da Lee ricalca il processo di integrazione economica europea.

L’importanza di una cooperazione economica rafforzata, da adottare in maniera graduale, risulta fondamentale: il livello di sviluppo dell’economia nordcoreana appare ad oggi incomparabile rispetto alla locomotiva sudcoreana: il PIL della Corea del Sud è almeno 30 volte più grande rispetto alla ricchezza collettiva prodotta dal Nord. In termini economici, il costo per la riunificazione ammonterebbe, stando ad alcune stime recenti, ad almeno 1 triliardo di dollari americani.

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Una volta completata l’integrazione economica, l’ultima fase della strategia consisterebbe in una integrazione politica, cioè a dire nella riunificazione. «Le due Coree saranno in grado di rimuovere il muro dettato da differenti sistemi per istituire una comunità della nazione coreana che garantirà dignità, libertà e diritti fondamentali a tutti gli individui. Per mezzo di questo processo giungeremo alla riunificazione pacifica della Corea».

 

Al fine di implementare la sua strategia, Lee prevede due azioni prioritarie, una di carattere interno e una di natura esterna. La prima azione consiste – ed è una novità assoluta – in una tassa per la riunificazione. «La riunificazione accadrà – ha affermato il capo del Cheong Wa Dae – ed è quindi necessario iniziare a pensare circa modalità reali ed efficaci per preparare la riunificazione, quale è la creazione di una tassa per la riunificazione». L’azione esterna consta nel rafforzamento del rapporti con gli altri Stati del quadrante asiatico nordorientale, segnatamente Cina e Giappone.

 

Il Presidente Lee potrebbe aver deciso di esporre la propria strategia in una data significativa come il Gwangbokjeol perché mosso da due considerazioni. La prima consiste nel lanciare un segnale distensivo verso Pyongyang, da leggersi in parallelo al messaggio di fermezza proveniente dal recente e robusto rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, pilastro fondante della politica estera di Lee (sono iniziate ieri le manovre militari congiunte “ordinarie annuali”, denominate Ulchi Freedom Guardian, le quali vedono la presenza di circa 56.000 soldati sudcoreani e quasi 30.000 unità statunitensi; le esercitazioni hanno suscitato l’evidente disappunto cinese ed ulteriori minacce da parte nordcoreana).

 

La seconda considerazione prende in esame l’eventualità – non remota – di un collasso economico e/o politico di Pyongyang. Il vicino settentrionale è attraversato non solo da una grave e perdurante crisi economica, ma anche da un clima di incertezza politica legato alla questione della successione dell’attuale dittatore Kim Jong-il. 

 

(Emanuele Schibotto – Equilibri.net)





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