DIARIO DALLA TURCHIA/ La protesta immobile fa vacillare Erdogan

- Andrea Giuricin

ANDREA GIURICIN ci racconta quel che sta succedendo a Istanbul in questi giorni. Ora la forma di protesta è cambiata e il Presidente Erdogan è sempre più in difficoltà

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Recep Tayyip Erdogan (Infophoto)

In questi giorni la situazione a Istanbul è tranquilla. Vi è solo un dispiegamento della polizia impressionante nella zona circostante piazza Taksim e all’interno dei Gezi park, dove non è più possibile entrare. La protesta tuttavia non è finita e non è morta, nonostante la brutale repressione della polizia durante il weekend scorso. Persone di tutte le età si ritrovano ora immobili a fissare l’edificio dove sono state affisse due enormi bandiere turche e l’immagine di Ataturk. Quello stesso edificio che è stato nel corso delle prime settimane della protesta la vetrina di tutte le rivendicazioni della piazza, dato che proprio lì erano stati appesi gli striscioni dei manifestanti.

Questa protesta silenziosa è cominciata due giorni fa, quando un giovane si è fermato in piazza Taksim. Per ore la gente e la stessa polizia non comprendeva cosa stesse facendo, ma lentamente la piazza si è riempita di persone immobili che fissavano le bandiere turche e il “padre della rivoluzione turca”. Un elemento essenziale in questa “rivoluzione del sorriso”, simile alle rivolte arabe, è l’utilizzo dei social media che permettono propagare le voci della protesta molto velocemente. Questo singolare attegiamento, nel giro di poche ore è diventato il nuovo modo di protestare proprio grazie al tam tam su Twitter e su Facebook. E il motore di queste proteste sono i giovani, che in Turchia sono una porzione della popolazione molto ampia.

Tuttavia è sbagliato pensare che la protesta sia fatta solo da giovani. Ieri in piazza Taksim c’erano coppie di anziani immobili, c’erano donne immobili con borse della spesa, uomini in giacca e cravatta immobili o giovani immobili che leggevano un libro. Un’immagine molto emozionante perché sulla sinistra di questa protesta rimane Gezi Park, con il dispiegamento delle forze di polizia che non può non vedere l’ennesima protesta pacifica.

Non è un caso che il ministro dell’Interno turco abbia minacciato nei giorni scorsi il blocco seppur parziale dei social media. Questa minaccia è stata ritirata ieri, ma comunque le sue parole rimangono come una pietra pesante tirata contro la democrazia. E proprio “democrazia” è la parola chiave. Il primo ministro Erdogan aveva detto che le proteste erano fatte da persone non democratiche ed è la ragione per cui, alcuni giornali liberali, nei giorni delle manifestazioni oceaniche titolavano “cento per cento democrazia” le immagini dove era ritratta la folla.

Gli errori commessi da Erdogan sono stati numerosi durante le settimane di protesta. Non solo non è riuscito a comprendere le motivazioni dei giovani, ma ha reagito con violenza nei confronti di persone che erano in piazza tranquillamente. Durante la giornata di sabato scorso si è arrivati al culmine. In Gezi park erano presenti famiglie con bambini, anche di tre anni, e all’improvviso è arrivata la carica della polizia con liquidi urticanti sparati da quelle che dovevano essere dei “cannoni ad acqua” e gas lacrimogeni. Giovani che stavano danzando come in una festa in mezzo al parco sono stati colpiti senza alcun motivo alla testa dai gas lacrimogeni, mentre altri ragazzi, colpiti nell’occhio da questi liquidi urticanti, hanno perso la vista.

La violenza della polizia è stata sotto gli occhi di tutti, con addirittura il lancio di lacrimogeni all’interno degli hotel dove si erano rifugiate delle persone. E testimonianze dirette hanno segnalato che ad Ankara la polizia ha avuto ancora una reazione più dura, con il chiaro intento “punire i manifestanti” e con il lancio di gas lacrimogeni addirittura all’interno delle case. In alcune zone della Turchia gli ordini arrivati alla polizia erano quelli di “sopprimere la protesta con qualunque metodo”.

Questa reazione esagerata delle forze dell’ordine ha avuto dei chiari contraccolpi sul governo Erdogan. Il primo ministro, in carica ormai da tre mandati, non potrebbe più ricandidarsi alle prossime elezioni. Per tale ragione aveva cercato di cambiare la Costituzione e rendere la Turchia un Paese presidenziale e poter quindi essere rieletto non più come primo ministro, ma come presidente con forti poteri. Per fare ciò Erdogan aveva bisogno della maggioranza dei due terzi del Parlamento, che il suo non aveva e per tale ragione aveva cercato l’appoggio dei curdi. Dopo la repressione violenta delle manifestazioni, i curdi hanno tolto questo appoggio ed Erdogan ora è impossibilitato nel compiere la riforma entro l’anno prossimo.

Dopo oltre tre settimane di protesta qualcosa sta cambiando in Turchia. Erdogan ha voluto dividere il proprio Paese, ma la Turchia ha all’interno una doppia anima e forse ha gli anticorpi per eliminare in maniera pacifica questa posizione autoritaria. Questo è quanto stanno dimostrando quelle persone che rimangono immobili in piazza Taksim, sfidando la polizia che li osserva dall’alto di Gezi park.

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