CESARE BATTISTI/ Il Brasile e l’Italia alla prova dei ricatti di un brigatista

- Renato Farina

Il Supremo tribunale federale del Brasile ha ordinato l’arresto di Cesare Battisti, che però da due giorni è latitante. C’è un “mondo” pronto ad aiutarlo

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Manifestazione per l'estradizione di Cesare Battisti (LaPresse)

È accaduto ciò che tutti aspettavamo, compreso Cesare Battisti, che non ha mai sbagliato un colpo, e mi scuso con le vittime per l’involontario doppio senso.

Era previsto che dopo la vittoria alle presidenziali brasiliane di Jair Bolsonaro, la massima istanza giuridica del Paese avrebbe deliberato per ridare al nuovo leader la possibilità di revocare o confermare l’impunità concessa da Lula, suo predecessore, al terrorista italiano inseguito da reiterate richieste di estradizione perché condannato nel nostro Paese a quattro ergastoli.

Bolsonaro non ha mai nascosto il suo proposito: consegnarlo all’Italia, dunque l’arresto ordinato dai giudici era premessa del carcere in Italia. E Battisti per la nona o decima volta l’ha sfangata: il Brasile è grande, ha molti amici, vedremo quanto dura la sua fuga.

Siamo perplessi per una stranezza. Come mai non è stato tenuto sotto controllo? Non dico dalla polizia paulista o dai servizi segreti di Brasilia, ma da quelli italiani. Non per arrestarlo — non è nel potere dell’intelligence operare fermi né in Italia né tantomeno all’estero — ma per indicare con il dito ai colleghi sudamericani il luogo del suo rifugio. Se non si riesce a curare le mosse di un terrorista di cui si sa tutto, e sulle sorti del quale l’opinione pubblica italiana è sensibilissima, allora stiamo freschi. Scrivo questa nota confidando che in realtà Battisti non sia poi così uccel di bosco come il mondo crede e lui spera. E in realtà abbia addosso discretamente i nostri… Vedremo.

Constato che per ora ha ragione lui. Battisti ha una forza straordinaria, una sicurezza interiore che gli viene dalla consapevolezza di essere protetto da una congrega i cui contorni sono invisibili ma la cui potenza è documentata dalla sua libertà. Prima la fuga dall’Italia, il Messico, la Francia. Ogni volta, dai e vai. A Parigi ha goduto della cosiddetta «dottrina Mitterrand», per cui chi rinuncia alla lotta armata viene tutelato e persino onorato. In realtà questa era una finzione scenografica, la dottrina M. non era basata su ragioni di alta moralità rieducativa, ma su un gioco di ricatti. Per darle credibilità la vulgata la fa risalire al 1985, cioè alla sconfitta delle Br e all’esodo verso la Francia dei nostri «guerriglieri perseguitati». Una riuscita cortina fumogena dopo che in quegli anni era affiorata la complicità tra Parigi e il terrorismo rosso italiano, quando Toni Negri vi si rifugiò, esigendo e ottenendo asilo, ma così scoprendo i giochi. Parigi tuttavia da tempo ospitava Giovanni Mulinaris, Corrado Simioni e una quantità di altri terroristi e spie, senza dimenticare le strutture operative che muovevano le fila del terrorismo nostrano ben prima di via Fani.

È ridicolo e infantile dunque affermare che Cesare Battisti la sfangò grazie all’intercessione di qualche illustre maître à penser. Battisti appartiene al cuore nero del terrorismo rosso, ai primordi nella corrente secchiana del Partito comunista italiano, collegato con il servizio segreto militare sovietico e protetto da inconfessabili complicità francesi fin dai primi anni 70. Egli era dunque in grado di ricattare mezzo mondo. Questo mezzo mondo è intervenuto a suo favore e lo ha salvato, portandolo dalla Francia in Brasile, per lasciarvelo in libertà come tanti altri assassini, adducendo ragioni politiche, giuridiche e umanitarie che rimangono quello che sono: una pagliacciata. Tutto questo è un capitolo chiuso? Mi aspetto di tutto.

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