CAOS GILET GIALLI/ Quando il potere pensa ai “nuovi diritti” si dimentica della gente

La quarta mobilitazione dei gilet gialli ha visto coinvolte centinaia di migliaia di persone in tutta la Francia. Ecco come si sono divisi élite e popolo

09.12.2018 - Salvatore Abbruzzese
Gilet gialli invocano l'uscita dall'Unione Europea sotto l'Arco di trionfo (LaPresse)

C’è qualcosa di triste e di mesto nella protesta dei “gilets jaunes” ed è costituito da quell’appuntamento mancato tra governo e paese: è una Francia che si sta spaccando, e non si tratta solo di una frattura economica ma anche culturale e civile, in quanto c’è un governo che non sa cogliere quella che, come indica Alain Finkielkraut (assieme a molti altri: da Christophe Guilluy a Jean-Pierre Le Goff, da Jean-Claude Michéa a Gilles Kepel), è una doppia insicurezza: economica ma anche culturale.

Nel corso degli ultimi trent’anni la periferia si è profondamente trasformata, e non solo materialmente. Ancora nei primi anni ottanta, i comuni della couronne intorno alla capitale erano la sede di un universo operaio e commerciale che intratteneva un rapporto sociale e culturale con il centro della metropoli. Per quanto i divari fossero già vistosi, il potere politico, la rete dei partiti e dei sindacati riuscivano ancora a ricucire una trama unitaria. Uno scenario comune era ancora percepibile e la periferia era parte integrante di uno stesso universo comune.

Ma la crisi era alle porte, l’immigrazione da un lato e la de-industrializzazione dall’altro avrebbero sovvertito lo scenario economico e culturale delle periferie mentre, nel contempo, avrebbero forgiato una nuova élite dominante.

Così, nei quartieri centrali, la borghesia ad alto capitale culturale si è inserita nel processo di globalizzazione, maturando competenze e adottando stili di vita che, mentre la separavano sempre di più dall’universo della provincia, la ponevano sempre più in contatto con le grandi metropoli del mondo globale. È una Francia ecologista, che parla sempre meglio l’inglese e si muove nella metropoli su biciclette messe a disposizione dalle amministrazioni municipali. Una Francia che dialoga volentieri con un universo terzomondiale che comunque non vedrà insediarsi nei costosi quartieri centrali, e che abbandona volentieri la cultura nazionale desueta a favore del multiculturalismo educativo.

Al contrario, nelle stesse periferie operaie si sono sempre di più venute contrapponendo da un lato una giovane società immigrata, unificata da un credo religioso che è anche un modello culturale e comportamentale; fortemente coesa nei legami famigliari e nel capitale sociale e, proprio per questo, parzialmente autonoma dalle dinamiche occupazionali esistenti sul mercato. Dall’altro, una società locale autoctona, meno giovane, disseminata nei nuclei famigliari e dispersa nelle nuove generazioni; interamente dipendente da un terziario privato e industriale manifatturiero esposto alle trasformazioni del mercato globale e, proprio per questo, colpito da una crisi profonda.

Sarà proprio questa società autoctona, che fino a vent’anni fa formava ancora lo zoccolo del ceto medio, ad essere costretta a dirigersi verso l’estrema periferia e nei comuni di provincia, esponendosi involontariamente ai costi crescenti dell’energia e dei trasporti, e conoscendo così una lenta ma crescente erosione del proprio livello di vita. 

Dietro la crisi economica, per questa fascia sociale c’è la sensazione di non essere presente in nessun vagone del treno dello sviluppo. La decisione di aumentare il prezzo del gasolio da parte del governo è molto di più di un aumento di pochi centesimi sul prezzo della benzina, ma costituisce, per questa Francia periferica, la prova provata di quanto la propria inesistenza politica nelle stanze del governo sia un fatto acclarato e, proprio per questo, insopportabile.

Ovviamente le violenze, i saccheggi, le auto incendiate se da un lato sono opera dei soliti professionisti dell’insurrezione sempre e ovunque, dall’altro rivelano anche la tentazione di alimentare la rivolta rifornendosi di un carburante ben più insidioso: quello del riflesso astioso per ciò che non si ha, quello del semplice risentimento egualitario. Se la discesa in piazza sottolinea la ripresa della vita politica e della partecipazione civile, l’abbandonarsi all’istinto implica il lasciarsi andare alla barbarie prendendo di mira la civilizzazione stessa; come se fosse realmente possibile fare a meno di quest’ultima; come se la stessa partecipazione civico-politica potesse essere ancora realizzabile ed una società democratica potesse ancora effettivamente sorgere una volta bruciate le auto o dato l’assalto ai negozi.

Ma al di là delle violenze e del loro clamore mediatico, resta il disagio mesto per una classe dirigente che è riuscita a non vedere, né a percepire il declino dell’intera “Francia periferica”. Preoccupata per il futuro del pianeta e per i “nuovi diritti”, ha dimenticato di prendere nota delle ansie del presente di un’intera parte della sua popolazione, assieme a quella del diritto alla dignità che quest’ultima giustamente rivendica: un errore imperdonabile.



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