San Suu Kyi, premio Nobel non può esserle revocato/ Rohingya, Onu: “Si sarebbe dovuta dimettere”

- Davide Giancristofaro Alberti

Rohingya, Onu: “San Suu Kyi doveva dimettersi”. Ultime notizie, parla l’Alto Commissario per i diritti umani, Zeid Ràad Al Hussein, intervistato dai microfoni della BBC

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Aung San Suu Kyiche

Ad Aung San Suu Kyi non potrà essere revocato il premio Nobel per la pace. Lo ha dichiarato il Comitato per il Nobel dopo che era circolata sui media la possibilità di un ritiro del premio assegnato all’attuale primo ministro del Myanmar nel 1991. Lunedì la commissione delle Nazioni Unite aveva raccomandato di processare i capi delle forze armate del Myanmar per genocidio e per altri crimini contro l’umanità commessi contro i Rohingya. Zeid Ràad Al Hussein ha poi dichiarato alla BBC che la leader birmana avrebbe dovuto dimettersi dopo la violenta campagna militare dell’anno scorso contro la minoranza musulmana. Il presidente del Comitato per il Nobel, interpellato da CNN, ha spiegato che nello statuto del comitato non esistono regole che prevedano il ritiro del premio una volta assegnato. Suu Kyi aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1991 per la sua opposizione al regime militare che governava il paese. (agg. di Silvana Palazzo)

ANCHE FACEBOOK NEL MIRINO : “COMPLICE DI CRIMINI DI GUERRA”

Aung San Suu Kyi doveva dimettersi dopo la violenta campagna militare contro la minoranza musulmana Rohingya dell’anno scorso. Lo ha detto Zeid Raad Al Hussein alla Bbc. Secondo l’Alto commissario Onu per i diritti umani uscente, i tentativi della leader birmana Nobel per la pace di giustificare le azioni dei militari sono «profondamente deplorevoli». Ma le Nazioni Unite si scagliano anche contro Facebook: minacciano di denunciare formalmente il social network per «crimini di guerra». Alla società di Mark Zuckerberg viene rimproverata «blanda vigilanza» sui messaggi a favore di crimini di guerra e nell’«eccessiva lentezza» nell’interdirli. Per l’organismo internazionale è una «piena complicità» nei crimini stessi. L’Onu in merito all’aggravarsi dello scontro interetnico in Myanmar, dove la minoranza islamica è brutalmente peseguitata, punta il dito dunque anche contro Facebook, dove si diffonde la propaganda anti-Rohingya. «Tollerare la propaganda inneggiante a crimini di guerra integra gli estremi della complicità nei crimini stessi. Per tale condotta, i vertici di Facebook meritano di essere giudicati dagli organi incaricati di sanzionare le gravi violazioni del diritto internazionale. Le Nazioni Unite non devono avere alcun timore nel presentare ai principali tribunali internazionali una formale incriminazione a carico del social network». (agg. di Silvana Palazzo)

ROHINGYA, ONU: “SAN SUU KYI DOVEVA DIMETTERSI”

Nuove accuse nei confronti del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi. A parlare, questa volta, è Zeid Ràad Al Hussein, referente Onu per i diritti umani, che in un’intervista rilasciata all’emittente britannica BBC, ha confidato che la donna «Avrebbe dovuto dimettersi». La leader birmana è finita nell’occhio del ciclone a seguito dei crimini commessi contro la minoranza musulmana dei Rohingya da parte dei leader militari: Aung San Suu Kyi avrebbe dovuto intervenire ma non l’ha fatto, e di conseguenza, avrebbe dovuto lasciare i suoi incarichi secondo gran parte dell’opinione pubblica, soprattuto per il suo ruolo di pacifista.

“E’ DEPLOREVOLE IL SUO TENTATIVO DI GIUSTIFICAZIONE”

Come ricorda Il Fatto Quotidiano, la Nobel per la pace è consigliere di stato, ministro degli esteri e dell’ufficio del Presidente, e infine segretario della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito che ha vinto le elezioni nel 2015, quindi, persona di un certo peso in Birmania, giusto per dire un eufemismo. Zeid Ràad Al Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani, ha aggiunto che i tentativi della stessa donna di giustificare le azioni dell’esercito «sono profondamente deplorevoli. Avrebbe potuto restare in silenzio – ha proseguito – non c’era alcun bisogno che lei fosse il portavoce dell’esercito birmano. Non era costretta a dire che si trattava di un iceberg di disinformazione. Che erano menzogne».

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