VENEZUELA/ Le debolezze e gli appoggi che tengono Maduro al potere

Nicolas Maduro si è insediato in settimana dopo le elezioni farsa dello scorso anno. Un nuovo colpo ai diritti umani e alla democrazia nel Paese sudamericano

12.01.2019 - Arturo Illia
Nicolas Maduro
Nicolas Maduro (Lapresse)

Nella giornata di giovedì si è vissuta una delle pagine più fosche dell’America Latina di questi ultimi anni: il Presidente venezuelano Nicolas Maduro, dopo il risultato delle elezioni del 20 maggio scorso, totalmente illegali, si è di fatto instaurato al potere attraverso una cerimonia di giuramento totalmente metafisica in un Paese che non solo ha superato nella sua crisi qualsiasi limite (inflazione di 1,2 milioni), ma che si trova in una situazione che rischia di costituire la minaccia più grave agli equilibri mondiali se non risolta.

Alla “cerimonia” di insediamento hanno partecipato solo i capi di stato di Cuba, Nicaragua, El Salvador e Bolivia, mentre il Messico ha inviato un funzionario d’Ambasciata. Per il resto un’astensione internazionale che mai si è registrata a una cerimonia così importante per un Paese, accompagnata anche da un sostanziale rifiuto da parte dell’Oea, l’organizzazione degli Stati americani, a cui si è anche aggiunta la decisione del Paraguay che ha ritirato la propria Ambasciata.

Che le elezioni dello scorso anno fossero chiaramente fasulle, in quanto compiute dopo una gigantesca repressione che in pratica ha di fatto impedito all’opposizione di parteciparvi (gran parte dei suoi candidati incarcerati o estromessi dalla vita politica), lo si era capito dal fatto che le stesse non erano state riconosciute da gran parte delle organizzazioni internazionali. E si erano compiute con una grande astensione popolare e la sola partecipazione di una minoranza fanatica di un regime o costretta dallo stesso a porre il voto nell’urna, pena la cancellazione degli scarsi sussidi alimentari governativi, dimostrando ancora una volta come il populismo, nella sua “lotta” proclamata contro la povertà, si sostenga sullo schifoso ricatto politico nei confronti delle classi più indigenti.

Di certo questo è l’ultimo atto di una farsa che dura da anni e che ha visto il mondo assistere attonito alla distruzione di un popolo in uno dei Paesi più ricchi della terra: e qui sta il punto importante di tutta la questione. Che il Venezuela sia uno dei Paesi più ricchi del mondo lo sanno tutti, visto che lo è sempre stato. Che la sua crisi umanitaria sia una delle più gravi mai viste è altrettanto vero e sotto gli occhi di tutti, anche se la questione ha superato talmente i limiti, anche quotidianamente, da non costituire più notizia. Ma la domanda è: quanto vale la vita umana di fronte, per esempio, a un grammo di Coltan, il nuovo “oro verde”, materiale essenziale nella fabbricazione di componenti elettronici e anche rarissimo, di cui il Venezuela è uno dei più grandi produttori al mondo?

La cerimonia dell’altro giorno svela difatti una grande ipocrisia, perché nonostante non ci fosse quasi nessuno e la diplomazia abbia teoricamente isolato un regime dittatoriale camuffato da democrazia, bisogna capire come mai Cina e Russia, tanto per fare due esempi, abbiano delle relazioni strette con il Venezuela al punto di firmare accordi o inviare navi con materiale nucleare o aerei destinati al trasporto anche di atomiche, come quello mandato da Putin tre settimane fa, accolto a Caracas con manifestazioni di “giubilo”.

Altra cosa da non sottovalutare è che all’interno del regime ha gran potere il narcotraffico, che trova qui le coperture politiche e una sostanziale collaborazione attiva, come ormai commenta gran parte della diplomazia e della stampa internazionale. Ma la vita umana? La crisi umanitaria che ha superato i limiti dell’emergenza? Un Paese dove alimentarsi è diventato un lusso anche a causa del mercato nero dei generi alimentari (e non solo di quelli)?

Altrettanto doveroso è sottolineare come pure gli Stati Uniti, supposta Patria delle libertà, di fatto abbiano una posizione abbastanza soft in tutta la questione: nel suo discorso presidenziale, difatti, Maduro ha attaccato duramente, promettendo ritorsioni, l’Occidente, ma quando si è trattato di parlare degli Usa il suo tono si è sorprendentemente mitigato, cosa che ha sorpreso tutti.

Ora non si capisce bene che via d’uscita si voglia dare a questa delicatissima questione che, se sfociasse in una soluzione violenta, innescherebbe un’escalation a livello mondiale di difficile soluzione ma amplificherebbe all’inverosimile la già tragica situazione umana. Quindi bisogna trovare una soluzione pacifica, che però richiederebbe un maggior impegno di un mondo che solo in teoria o per mero gioco diplomatico, da troppo tempo pospone la soluzione di un problema che mai come ora rischia di sfuggirgli di mano, con le conseguenze sopra descritte.

C’è da dire che, da fonti consultate, la posizione di Maduro si stia indebolendo a vista d’occhio, con una base dell’esercito che lo contesta apertamente, e che quindi si stia marciando verso uno strano “dialogo” che, attraverso la mediazione di Russia e Cina (ma aggiungerei pure gli Usa), offra al “Presidente” un ponte (d’oro) umanitario per poter fuggire dal suo Paese e dirigersi verso uno dei suoi “alleati” (Nicaragua in pole position). Cosa che potrebbe aprire le porte a un’effettiva democrazia. Ma sarebbe così automatico? No, perché questo significherebbe rinunciare al controllo delle immense risorse energetiche venezuelane in nome del benessere umanitario. Con i suoi 30.000 addetti, per esempio, Cuba influisce direttamente nella gestione anche politica di un Venezuela che per lei rappresenta, tra le altre cose, un vitale rifornimento di petrolio in grado di sorreggere l’economia dell’isola caraibica. E stiamo parlando di un esempio concreto e visibile, di fronte ai tanti “mascherati” diplomaticamente. Quindi tolto Maduro dove si andrebbe a finire?

Da segnalare anche che la questione Venezuela sta portando diverse complicazioni pure alla Chiesa. Nei giorni precedenti il suo insediamento ha fatto scalpore un documento sottoscritto da 20 ex Presidenti Latinoamericani critico verso il Papa che, in un suo discorso natalizio dalla loggia delle Benedizioni, riferendosi alle tragiche situazioni di Venezuela e Nicaragua (dove è in atto una repressione feroce da parte del dittatore Otrega che finora ha causato 300 morti) ha invocato il dialogo e la concordia per “lavorare fraternamente per lo sviluppo del Paese (Venezuela, ndr) e per assistere le fasce più deboli della popolazione”.

Secondo i firmatari della lettera citata, questo appello, nel modo formulato, “rischia di dare una visione politica un po’ approssimativa della gravità della situazione generale. In questo modo non si mette affatto l’accento sul fatto che i venezuelani sono vittime di un’oppressione di una narco-dittatura militarizzata che non si fa scrupolo di conculcare in maniera sistematica i diritti alla vita, alla libertà e all’integrità personale”.

La stessa Chiesa venezuelana ha espresso il suo dissenso con un intervento del presidente della Conferenza episcopale che ha denunciato la repressione e il disastro sociale nel Paese. Una situazione quindi, molto complicata la cui soluzione non può più essere rimandata “sine die” per non innescare problemi che, lo ripetiamo, possono portare il mondo verso una crisi senza precedenti: attraverso un impegno reale di tutti e dimostrando una buona volta che la situazione del popolo, nel cui nome la politica dice sempre di operare, abbia l’importanza che merita.

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