CAOS VENEZUELA/ I morti da blackout e la nuova proposta di Guaidó all’esercito

- Arturo Illia

In Venezuela si muore anche per colpa dei blackout da crisi energetica. Intanto Guaidó ha lanciato un nuovo appello ai militari

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Proteste in Venezuela (Lapresse)

Dalle 17:00 di giovedì il Venezuela è senza luce. Quello che la ultramadurista vicepresidente Delcy Rodriguez, in una dichiarazione fatta al Canale Governativo Telesur, definisce come “un attacco tecnologico messo in atto dall’estrema destra venezuelana con la direzione di poteri imperialisti” (un vero classico che giustifica sempre i disastri del populismo) è invece da attribuirsi alla deficitaria manutenzione e alla mancanza di investimenti per aggiornare la rete elettrica: infatti, nella centrale del bacino di Guri, undicesimo nel mondo per grandezza, una turbina è uscita dall’asse a causa di vibrazioni ed è saltata, provocando il disastro. E così, com’è successo pure nel sistema petrolifero, dove per le stesse cause il Venezuela, maggior produttore di petrolio del mondo, si trova nell’impossibilità di raffinarlo e quindi è costretto a importarlo, quello che era stato largamente previsto, vista la situazione tragica in cui versa il Paese, la crisi energetica, sta colpendo l’intero Paese. Ci sono già state 300 vittime, principalmente negli ospedali, rimasti senza corrente.

Il Presidente ad interim Guaidó è potuto rientrare tranquillamente lunedì scorso, dopo aver compiuto un viaggio in vari Paesi latinoamericani con lo scopo di spiegare il suo progetto di Venezuela, nonostante le minacce del potere di incarcerarlo perché gli era stato proibito lasciare il Paese. Dopodiché non è successo assolutamente nulla, vecchio cliché madurista di inazione mirante solo a guadagnare tempo e attendere le mosse dell’avversario: era già successo nelle interminabili (per questo motivo) riunioni diplomatiche che si sono susseguite nel corso degli ultimi due anni per trovare una soluzione pacifica alla crisi. Si è ripetuto ora, fornendo un’altra prova della debolezza del potere dittatoriale che la crisi energetica rischia di mettere definitivamente con le spalle al muro.

Ma mentre Maduro decora i militari che hanno impedito l’arrivo degli aiuti umanitari, Guaidó prepara un piano di proteste da estendersi in tutto il Paese in una riunione con 600 sindacati, per definire poi con l’Assemblea nazionale una protesta in tutto il Paese. Si chiamerà “Ya basta!” e, come successo già a livello musicale, il potere madurista ne ha indetta una pure lui dal titolo “Traidores nunca!”. Il tutto mentre le Nazioni Unite, accortesi finalmente che dalle parti di Caracas sta succedendo qualcosa, hanno emesso una dichiarazione dove in pratica si scopre come nel Paese i diritti umani siano costantemente violati.

Ma il fatto più importante accaduto in questi giorni, blackout energetico a parte, risiede in una dichiarazione resa da Guaidó durante una conferenza stampa a Buenos Aires sabato scorso, nella quale in pratica ha promesso ai militari la concessione di una amnistia solo se, come hanno già fatto in molti, si metteranno al servizio del Paese e del suo Governo, riconosciuto già da oltre 80 nazioni del mondo. “Le Forze armate sono state protagoniste in tutti questi anni di episodi di uccisioni, tortura e repressione ed è impensabile che un regime che continua a violare i diritti umani possa rimanere impunito di fronte alle accuse internazionali in questo senso”, ha dichiarato il Presidente ad interim, “per cui esercita tutte le pressioni possibili per evitare lo smembramento delle forze armate e poter continuare ad esercitare il potere, con la sua influenza logistica e di intelligence nel terrorizzare le truppe per evitare che si ribellino minacciando di imprigionarle e si minacciano anche ritorsioni contro le famiglie di eventuali disertori. Bisogna anche tener conto di alti gradi dell’esercito che sono coinvolti in attività lucrative, come per esempio la gestione di imprese nazionalizzate dal chavismo. Noi garantiamo quanto prescritto dalla Costituzione e stiamo lavorando ad una soluzione in questo senso. Noi manteniamo a tutti la porta aperta per partecipare attivamente al periodo di transizione che ci aspetta cosa che include, ovviamente, le Forze Armate…”.

Discorso estremamente chiaro e che pare sia stato recepito, al punto che Guaidó successivamente, nel corso della sua visita in Ecuador, abbia affermato che, dopo le centinaia di diserzioni che sono passate ai suoi ordini, l’80% dell’esercito sia pronto a seguirlo. Fatto importante, perché l’esercito è ormai la sola, ma importante forza, su cui la dittatura può contare per mantenere il potere.

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