EUROPA & ITALIA/ A Taranto l’elemosina verde “a pagamento” della Ue

- Nicola Berti

La Commissione europea ha varato il famoso Green Deal. Che in Italia porterà pochi milioni a fronte di più alti versamenti

Gentiloni in Ue
Paolo Gentiloni al Parlamento Ue (LaPresse, 2019)

La presentazione all’Europarlamento dell’atteso Green Deal annunciato dalla nuova Commissione Ue non si è conquistato le prime pagine sui media italiani. Ma sono bastate una manciata di ore – rispetto al semi-scoop di Repubblica martedì e ai servizi (non ampi) degli altri media italiani ieri – per capire il perché di tanta cautela.

La cifra macro – i mille miliardi “di bandiera” che Bruxelles vorrebbe mobilitare nei prossimi dieci anni per promuovere la decarbonizzazione nell’Unione – era in parte già nota. E aveva già consentito – anche su alcuni media italiani – pronte e vistose interviste al neo-presidente tedesca Ursula Von Der Leyen e al suo primo vicepresidente Frans Timmermans, delegato al Piano Verde. Si è trattato con tutta evidenza della ricerca puramente speculativa dello stesso effetto-annuncio tentato cinque anni fa da Jean-Claude Juncker per un piano da 300 miliardi dichiarati a favore del rilancio infrastrutturale nell’Unione. Rimasto, come si usa dire in Lussemburgo, chiffon de papier: carta crespa da festoni decorativi.

Sui giornali italiani degli ultimi due giorni sono d’altronde passate quasi sotto silenzio le cifre nuove – e soprattutto reali – relative allo start del Piano. A Strasburgo le ha commentate martedì anche il commissario Ue agli Affari economici, l’italiano Paolo Gentiloni, a fianco del suo superiore diretto: il vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. Ammontano a 7,5 miliardi le risorse fresche rese immediatamente disponibili da Bruxelles attraverso il cosiddetto Just Transition Mechanism. Di queste “alcune centinaia di milioni” dal Just Fund arriveranno in Italia, ha anticipato Gentiloni. Ci ha pensato, ventiquattr’ore dopo, un laconico lancio d’agenzia a specificare che i milioni saranno 360, rispetto ai 402 destinati alla Francia e agli 877 decisi per la Germania. Tutti i tre i big fondatori dell’Ue saranno comunque datori netti del fondo: l’Italia, secondo quanto risulta, contribuirebbe con circa 900 milioni a un’iniziativa di cui la prima beneficiaria sarebbe (con due miliardi) la Polonia, confinante a ovest con la Germania.

Sardegna e Puglia confinano invece con il Mar Mediterraneo ed è probabile che siano loro a dividersi in Italia un quinto o poco meno di quanto sarà subito investito nel risanamento delle Slesia carbonifera. “Il problema dell’Ilva non sarà risolto dal Just Fund”, si è premurato di puntualizzare Gentiloni, pur non smentendo che una fettina dell’”elemosina in perdita”, confezionata in busta verde da Bruxelles, possa risultare utile al salvataggio della piastra siderurgica di Taranto.

A Gentiloni, ex Premier di noto buon senso, non si può dar torto neppure stavolta. Non più tardi di una settimana fa, la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha rammentato che il piano Arcelor – ora in un limbo difficile – prevedeva 4 miliardi di investimenti per un necessario salto di qualità ambientale per Ilva e per Taranto. Ma 400 milioni – sempre ammesso che fossero reali – non servirebbero per garantire sei mesi di sopravvivenza neppure ad Alitalia. Probabile che una cifra simile basti appena, a consuntivo, per la ricostruzione del solo Ponte Morandi. Sarebbe la metà scarsa della stima dei danni provocati dall’ultima alluvione a Venezia (citata da von der Leyen nel suo discorso d’insediamento a Bruxelles). Sarebbero una goccia nel mare miliardario del reddito di cittadinanza e non finanzierebbero che una quota minoritaria dell’annualità di Industria 4.0.

Quattrocento milioni dall’Europa non servono a nulla: salvo forse a rafforzare nell’opinione pubblica italiana l’idea che questa Ue non serva a nulla. E che non serva a nulla neppure il “governo Orsola” oggi in carica.

La Ue non sembra d’altronde servire più a nulla neppure come cane da guardia per i Paesi dalla finanza debole. L’Italia ha varato la sua manovra 2020 il 30 dicembre, aggiustando faticosamente la fiscalità per il nuovo anno. Sono trascorse appena due settimane e il Governo Conte-2 ha riaperto da un giorno all’altro il cantiere tributario, addirittura nella sua struttura portante: l’Irpef. Il tandem neo-marxista del Mef – l’euro-ministro Roberto Gualtieri e il suo vice Antonio Misiani – dopo aver punito le partite Iva vuole tagliare a tempo di record le tasse per i ceti bassi e medi a reddito fisso. Si parla della resurrezione potenziata del “bonus Renzi” da 80 a 100 euro: almeno con effetto-annuncio rispetto al passaggio elettorale del 26 gennaio in Emilia Romagna.

Appena sei mesi fa la Ue ha reagito nell’arco di ore alla vittoria schiacciante della Lega nell’ultimo voto europeo: mettendo l’Italia ai ceppi di una procedura d’infrazione per debito eccessivo il Conte-1. Ora il Conte-2 – che non ha preso nessun provvedimento minimo sul fronte del debito – vuole allentare ad horas anche gli impegni presi a Capodanno sul defict. E Bruxelles (dove formalmente ora sui bilanci pubblici dei Paesi-membri vigila Gentiloni) tace.

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