EUTANASIA LEGALE/ C’è una compagnia che batte ogni sofferenza e desiderio di morte

- Alessandro Pirola

Cosa muove delle persone a far di tutto per poter porre fine alla vita, fino a ottenere una legislazione che lo consenta per sé e per tutti?

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Fiaccolata a sostegno di Eluana Englaro, nel 2008 (LaPresse)

Cosa muove di questi tempi un gruppo così folto di persone, tra le quali molte autorevoli, a sperare ed agire per poter un giorno porre fine alla propria vita ed a farlo così fortemente da ottenere una giurisprudenza e una legislazione che lo consenta per sé e per tutti? Che insopportabile condizione di dolore e di solitudine è immaginata, e forse già sperimentata, davanti alla sola idea di una malattia, di una fatica o di una sofferenza inevitabile; come una vertigine sul cornicione del tetto di un grattacielo.

Io non voglio soffrire! Grida quella pretesa legislativa; ancor più: io voglio che nessuno debba soffrire. È talmente radicato quel desiderio che da qualche parte qualcuno deve averlo visto realizzato per essere così credibile e diffuso.

È il grido che ho esplicitamente ascoltato e ancor più frequentemente visto sul volto di molte persone in più di trent’anni di lavoro nella costruzione e gestione di luoghi di cura tra terapie intensive, hospices, reparti di malati cronici ed in stato vegetativo, comunità per malati psichiatrici severi, cure domiciliari. In quei reparti e nelle proprie case ho visto vivere e curare Fabo e molti altri nelle stesse condizioni.

La domanda di non soffrire l’ho vista preceduta, nell’esperienza e non nell’immaginazione, da un solo altro desiderio connesso: quello di vivere. Un malato, un familiare, come un professionista sanitario, vuole recuperare una condizione migliore: un ben-essere. A ciò la ricerca clinica e scientifica ed il progresso tecnologico e giuridico si sono consacrati da sempre con un impeto incontenibile, fino a curare malattie un tempo assassine, a gestire il dolore nella gran parte delle condizioni, a creare luoghi di cura adatti e perfino belli ed a fissare leggi che tutelassero quella civiltà.

L’ammalato, come chiunque, come me, ha bisogno di essere accompagnato e sostenuto nel suo desiderio così da riprendere lucidità e vigore nei momenti più oscuri e duri. E quando non lo domanda, sovente per non infastidire, è perché ne ha ancor più bisogno. A volte, poi, la malattia riguarda proprio la psiche, cioè il luogo della libertà; in tal caso l’accompagnamento autorevole si fa decisivo. Cure palliative domiciliari, strutture di ricovero adatte, centri diurni, assistenza integrata domiciliare sostengono efficacemente malati e famigliari che vivono una situazione estrema e sono a loro volta frutto efficace di un’umanità solidale che non si arrende. Riconoscere e sostenere questo è una necessità per molti ed un bene per tutti.

Ma l’accompagnamento è uno strumento efficace se c’è la meta, diversamente è un girovagare estenuante. Non è insopportabile il dolore, in gran parte sensibile ai farmaci, ma l’assenza di senso. La meta è la certezza che la vita di tutti, malati e migranti, poveri e ricchi, è un bene grande, è una ricchezza anche quando malmessa ed è indisponibile a chiunque, specie se sano, ricco e con i tratti dell’avvoltoio.

Nell’impossibilità di guarigione ed ancor più nel terminare della vita terrena, dove è inefficace la terapia, resta efficace l’accompagnamento ed il sostegno. Grazie al cielo c’è più carità e solidarietà di quanta se ne lamenti mancare. Nella sola Milano i volontari negli ospedali e nelle case sono centinaia e spesso gli stessi operatori travalicano ogni limite orario di dedizione. Perfino taluni commiati non sono segnati da disperazione, ma leniti da una gratitudine stupita.

Sacerdoti e cappellani sono a lungo attesi ed accolti con aperture sorprendenti anche perché semplicemente rappresentano, in quel particolare frangente, una certezza indiscutibile, così come il Santo Padre e tutti i santi frequentemente invocati restano una certezza inscalfibile da un’opinione o da una condizione.

Ho visto vivere la fatica, la malattia e la morte, ed anche il nascere, come le più inevitabili delle circostanze che gridano la più oggettiva delle realtà: non mi faccio da me. Quest’ultima e più semplice constatazione è l’origine del più grande e sperimentato ristoro: mi affido a Chi mi ha fatto con una così grande e credibile domanda di vita e di felicità, in qualsiasi condizione mi trovo; mi consegno nel più semplice dei modi, evitando complicazioni e scorciatoie, accanimento ed eutanasia. Quanta gente ho visto morire serena. Se non più io o chi mi sta intorno, Lui sa sempre cosa fare della mia vita e che gran valore ha.

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