EX ILVA/ Il rebus dell’acciaio italiano tra costi energetici e domanda del mercato

- Giuseppe Sabella

Il futuro dell'ex Ilva di Taranto resta ancora un'incognita nonostante le rassicurazioni del Governo e della proprietà

Urso IncontroIlva Lapresse1280 640x300 Il ministro Urso durante l'incontro relative ad Acciaierie d'Italia (Lapresse)

Si è tenuto nel pomeriggio di giovedì presso il ministero dello Sviluppo economico un vertice sull’ex Ilva ora Acciaierie d’Italia (ADI). Si tratta del primo confronto importante sul futuro della più grande acciaieria d’Europa al quale hanno partecipato, oltre al ministro Adolfo Urso, anche Franco Bernabè e Lucia Morselli (rispettivamente presidente e ad di ADI), il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e, naturalmente, le rappresentanze dei lavoratori.

Sostanzialmente, Bernabè e Morselli fanno sapere che prevedono 4 milioni di tonnellate di acciaio per il 2023 e 5 milioni per il 2024. Gli 8 milioni di tonnellate stimate qualche anno addietro restano un miraggio. Morselli ha insistito in particolare sul rifacimento del grande afo5, ma è proprio questo a preoccupare i sindacati che credono poco al recupero dell’altoforno più importante del sito tarantino.

Franco Bernabè – che oltre a essere presidente di ADI lo è anche di Dri Italia, azienda pubblica che produrrà il preridotto – ha descritto l’annunciata svolta “green” e il piano industriale del nuovo impianto su cui è già stato investito un miliardo del Pnrr (idrogeno per hard to abate). Si tratta comunque di un investimento a lungo termine (2035), la trasformazione industriale dell’ex Ilva è operazione titanica.

Il tavolo sarà riconvocato tra un mese, anche in ragione del decreto legge che dovrà erogare il prestito ponte al siderurgico e del fatto che il ministro ha fatto sapere che le Istituzioni – Governo, Regione Puglia e Comune di Taranto – stanno lavorando a un “accordo di programma”. Nonostante le rassicurazioni fornite dall’azienda e dal ministro, il timore dei sindacati è che il Governo ceda alle pressanti e continue richieste di Michele Emiliano e Rinaldo Melucci di chiudere l’area a caldo.

Come si diceva in un recente articolo, la domanda per la produzione di acciaio in Europa potrebbe salire. Tuttavia, va considerato che i costi energetici sono più che decuplicati: da 10 milioni a 120 milioni al mese, l’ex Ilva da sola consuma il 2% dell’intero consumo energetico nazionale. Probabilmente, anche per questo motivo, la produzione è low profile in questa fase.

La situazione resta complicata: sono 4.000 i lavoratori in cassa integrazione, le manutenzioni procedono a rilento, gli incidenti sono sempre dietro l’angolo e, soprattutto, il progetto di modernizzazione dell’impianto resta di lenta e difficile attuazione.

Il ministro ha dato la sensazione di aver preso seriamente in mano il dossier. Il problema vero è che la situazione dell’ex Ilva ha raggiunto livelli di patologia. Vedremo, comunque, cosa succederà nel prosieguo della vertenza.

Twitter: @sabella_oikos

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