FCA/ I due errori che spiegano il fallimento di Fiat negli Usa

- Franco Oppedisano

Il ritorno di Fiat negli Stati Uniti si è dimostrato una pessima idea. Colpa dell’assenza di investimenti e di nuovi prodotti da lanciare

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La Fiat 500 (LaPresse)

È stata una lunga, lenta agonia. Il ritorno negli Usa del marchio Fiat, iniziata con entusiasmo e, bisogna dirlo, con il supporto della grande rete commerciale di Chrysler negli Stati Uniti, si sta dimostrando, sempre di più ogni anno che passa, una pessima idea.

Anche perché per avere successo in un mercato sciovinista come quello americano bisogna investire una quantità industriale di denaro e anche solo per riuscire a vendere una quota di mercato da prefisso telefonico bisogna investire tanti soldi.

Fiat non lo ha fatto e, di conseguenza, sono riusciti vendere qualche decina di migliaia di auto (in totale e su un mercato che ne immatricola più di 17 milioni ogni anno) solo ai pionieri in cerca di novità che volevano distinguersi, agli appassionati dell’Italia, magari anche a qualche connazionale nostalgico. Nulla di più. E i numeri, a cominciare da quello della 500 (la prima a entrare negli Usa e la prima a uscirne dal prossimo anno, secondo un comunicato ufficiale di Fca), lo dimostrano.

Il modello iconico della Fiat aveva l’obiettivo dichiarato di immatricolare negli Usa 50mila vetture l’anno, ma, al massimo, è riuscito a raggiungere quota 43.772 nel 2012, il primo anno completo di vendita. Nel 2018 questo numero è sceso a 5.370 e nei primi sei mesi del 2019 ha perso un ulteriore 25%, scendendo a 1.695 unità vendute. Questi dati comprendono anche il modello con il tetto apribile, la 500C, e quello elettrico, la e500, le cui vendite non hanno mai superato il centinaio al mese.

Se le 500 escono dal mercato a stelle e strisce, rimangono nei concessionari americani la 500L, quella formato famiglia… europea, e la 500X, la quattro ruote motrici. La prima è stata lanciata negli Usa nel 2014 e se ne sono vendute il primo anno 12.413, mentre la seconda è stata presentata oltreoceano nel 2016, quando ne sono state piazzate 12.712. Lo scorso anno la prima ha venduto 1.413 pezzi e la seconda 5.223. Nei primi sei mesi del 2019 la 500L è stata acquistata da 904 americani (-56% rispetto al 2018) e la 500X da 1.428 automobilisti a stelle e strisce (-54%).

Un po’ meglio vanno le cose per la 124, il duetto scoperto fatto in collaborazione con Madza, che arrivato negli Usa nel 2017 ha venduto il primo anno 4.478 pezzi, 3.515 nel 2018 e 1.528 nei primi sei mesi di quest’anno (-19%).

Questi dati dimostrano due cose: la prima è che la presenza di Fiat negli Usa è sempre stata irrilevante e la seconda che più sono vecchi i modelli, più perdono immatricolazioni.

In molti hanno sottolineato, invece, che il declino dei prodotti Fiat rispecchia quello di tutto il settore delle subcompatte negli Usa, dove le auto che costano meno di 20mila dollari hanno subìto un calo drastico delle immatricolazioni. Il buon andamento dell’economia e la discesa del prezzo della benzina hanno riportato gli americani ai loro vecchi amori, ai grandi Suv e agli enormi Pick up.

La spiegazione ha un senso, tanto è vero che le subcompatte Dodge Dart, Chrysler 200 (entrambe di Fca), Chevy Sonic e Ford Fiesta sono uscite dal mercato Usa. Ma è anche vero che Mini Cooper, Toyota Yaris e Honda Fit rimangono in vendita e quest’ultima ha immatricolato nel 2018 oltre 35mila pezzi, seppure in calo del 27% rispetto all’anno precedente.

Insomma, aprire un nuovo mercato per un prodotto maturo è una cosa lunga, complicata e molto costosa. Il tempo è un fattore importante e sette-otto anni sono davvero pochi per dare forfait. Ma soprattutto bisogna avere le “spalle grosse” per incassare le inevitabili perdite e nello stesso tempo investire per promuovere il marchio e lanciare prodotti nuovi che possano stimolare le vendite. Peccato che Fiat non abbia, purtroppo, né l’uno né l’altro.

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