FED E POLITICA/ L’appuntamento con la recessione Usa è rimandato di 3-6 mesi

- Paolo Annoni

La Federal Reserve ieri sera ha deciso di lasciare i tassi invariati, dopo una serie continua di rialzi che durava dal marzo dello scorso anno

Powell, Fed Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (LaPresse)

La Federal Reserve ieri sera ha deciso di lasciare i tassi invariati, in una banda compresa tra il 5% e il 5,25%, dopo dieci rialzi consecutivi che hanno portato i tassi ai massimi dal 2007. Dopo aver tenuto i tassi vicini allo 0% dopo lo scoppio della pandemia, la Fed aveva alzato i tassi a ogni meeting da marzo 2022; è stata la serie di rialzi più rapida dagli anni ’80.

La decisione ha rispettato le attese perché l’inflazione sta scendendo e l’economia sta crescendo meno rispetto alla fine del 2022. Il Presidente della banca centrale americana, Jerome Powell, ha deciso quindi di prendere un po’ di tempo a valle di una fase che negli ultimi mesi ha visto prima la crisi delle banche regionali americane e poi un mini dramma per le trattative sull’aumento del tetto del debito pubblico americano. Nel primo caso la parte più acuta della crisi è terminata, anche se il sistema bancario americano deve lavorare ancora sulle fragilità che hanno generato i fallimenti. Nel secondo caso occorre tempo per riparare i danni che si sono prodotti nella fase delle trattative e dell’incertezza delle negoziazioni e che oggi prendono l’orma di un picco nelle emissioni di debito del Governo americano nel breve termine.

Le attese sono state rispettate ed è arrivata la pausa, ma il tono del comunicato mette ancora al centro l’inflazione che rimane ben superiore all’obiettivo del 2% su cui la Fed rimane assolutamente concentrata. Powell ha dichiarato che “quasi tutti i membri del comitato si attendono che sia appropriato alzare i tassi di interesse ancora prima della fine dell’anno”. La maggior parte dei membri della Fed si aspetta altri due rialzi dei tassi da 25 punti base ciascuno nel 2023. Significa che l’inflazione farà fatica a scendere o, più probabilmente, che la recessione o il rallentamento non arriveranno prima del primo trimestre 2024. Questa è l’unica possibilità che giustifica la previsione di altri due rialzi dei tassi prima della fine dell’anno. Significa che il mercato del lavoro rimarrà ancora “stretto” con un numero di offerte di lavoro, da parte delle imprese, superiore alla domanda, che l’eccesso di risparmio accumulato nel 2020 e nel 2021 e gli incrementi salariali continueranno a farsi ancora sentire sui consumi.

È vero che si cominciano a registrare segnali di rallentamento e anche di indebolimento dei prezzi; il settore immobiliare, per esempio, è probabilmente già oltre il picco e la domanda e i prezzi dei beni, al contrario dei servizi, si indeboliscono. La scommessa della Fed, che è evidentemente nella posizione di osservare questi fenomeni, è che il ciclo possa in qualche modo estendersi e durare più a lungo di quanto si pensasse. L’appuntamento con la recessione in sostanza è rimandato e bisognerà aspettare altri tre/sei mesi. Al mercato, che ieri ha chiuso in positivo nonostante la “notizia” di altri due rialzi nei prossimi mesi, questo potrebbe bastare.

C’è ancora un po’ di tempo prima del rallentamento e prima, probabilmente, di iniziare a interrogarsi su quale forma prenderà, quanto sarà rapida o profonda la crisi. Se si arrivasse al rallentamento nel primo trimestre 2024 le elezioni americane di novembre sarebbero molto più vicine; la banca centrale americana potrebbe quindi sperare di arrivare a ridosso dell’appuntamento in condizioni accettabili.

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