FED & INFLAZIONE/ La mossa di Powell mette a nudo la crisi dell’euro

- Paolo Annoni

Jerome Powell ha spiegato che il tasso terminale negli Stati Uniti sarà più alto di quanto previsto. Uno scenario che farà emergere come in passato i limiti dell'euro

Powell, Fed Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (LaPresse)

Nel corso di un’audizione davanti al Senato americano, ieri il Presidente della Fed Powell ha dichiarato che “le pressioni inflazionistiche sono maggiori di quello che ci aspettavamo” e che “finora non c’è particolare evidenza di disinflazione” nella categoria dell’inflazione core.

Powell ha aggiunto che il livello di tasso finale “probabilmente sarà più alto di quello che avevamo anticipato” e che la Fed “è pronta a aumentare il ritmo dei rialzi dei tassi”.

Powell ha messo fine all’ultima narrazione sull’andamento dell’inflazione secondo cui si stava entrando verso una fase di rallentamento e di convergenza verso livelli di aumento dei prezzi simili a quelli antecedenti l’autunno 2021. L’evidenza, invece, è che l’inflazione è persistente e che viene alimentata da molti fattori tra cui, ma non solo, gli incrementi salariali che alcune economie e alcuni settori si possono permettere. Due giorni fa Holzmann, Governatore della banca centrale austriaca, ha dichiarato di attendersi che “ci vorrà molto tempo per far scendere l’inflazione”. Il corollario di questa affermazione è ci vorrà molto tempo per far scendere i tassi di interesse e che per il momento devono solo salire. Il nuovo scenario è fatto di inflazione alta e tassi di interesse alti che non sono una pausa all’interno di un sistema che rimane ancorato a quello antecedente fatto di tassi bassi e deflazione.

Questo cambiamento di scenario rischia di essere letto tornando agli anni ’70 e arrivando alla conclusione che esattamente come allora possiamo prosperare nonostante l’inflazione e i tassi di interesse in doppia cifra. È un errore perché le condizioni sono cambiate radicalmente. Il potere d’acquisto dei salari oggi è più basso, le famiglie e gli Stati sono più indebitati; i tassi di natalità sono crollati; i “sistemi Paese” competono in condizioni di accesso alle materie prime e di costi energetici anche radicalmente diversi. I sistemi che crescono possono affrontare il nuovo mondo e magari persino migliorare le condizioni dei propri cittadini; quelli che non crescono si trovano ad affrontare nuove sfide.

In Europa il nuovo scenario si sviluppa in un contesto di crisi energetica e di denatalità e trova un’unione monetaria che è strutturalmente difettosa. L’euro è una moneta emessa da una banca centrale per Stati e economie in condizioni profondamente diverse. Questa oggettiva fragilità è stata amplificata tutte le volte che i tassi sono saliti o in tutte le fasi di rallentamento economico. Se il nuovo scenario di medio termine è fatto di inflazione alta e tassi alti significa che i problemi strutturali dell’euro verranno messi a nudo; le ultime crisi dell’euro si sono risolte con le esportazioni e la ripresa dell’economia globale. La guerra commerciale in atto e la crisi dell’industria europea in questo senso sono una sfida pericolosa. Si spera che l’istinto di sopravvivenza faccia almeno accantonare i costosissimi sogni “green”.

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