FESTIVAL DI VENEZIA/ Quei bravi ragazzi, Scorsese e la musica per un grande cinema

- Leonardo Locatelli

Oggi si chiude il Festival di Venezia 2020. Trent’anni fa vinceva il Leone d’Argento un film di Martin Scorsese davvero particolare per l’epoca

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Una scena del film

«Stanley Kubrick ha detto una volta che la combinazione delle immagini e della musica è quanto di più forte ci sia nel cinema, e basta guardare i suoi film per convincersi che aveva ragione […]. Io so che, senza la musica, sarei perduto. Molto spesso è solo ascoltando la musica scelta per il mio film che comincio a visualizzarlo»: Martin Scorsese dixit.

Per non portare che un titolo come esempio tra i tanti possibili in fatto di lungometraggi (senza contare episodi, corti e documentari) a costellare una carriera iniziata nel 1967 e ricordare i trent’anni dall’uscita, ecco Quei bravi ragazzi (Goodfellas), presentato il 9 settembre 1990 tra i film in concorso alla 47ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e che ha fruttato al suo regista e cosceneggiatore – a partire dal romanzo biografico Wiseguys (1986) di Nicholas Pileggi, uscito in Italia come Il delitto paga bene – il Leone d’Argento – Premio speciale per la regia, creato proprio in occasione di quell’edizione del Festival per permettere alla giuria internazionale di assegnare un riconoscimento anche ai migliori autori della manifestazione, facendone il premio “nominale” più importante dell’evento insieme alle Coppe Volpi per il migliore attore e la migliore attrice.

«As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster» («Da che mi ricordo, ho sempre voluto essere un gangster»). Fermo immagine sul volto impassibile di un uomo che ha appena chiuso il portellone del portabagagli con dentro un fresco cadavere, attacco della canzone Rags to Richies (da tradurre come “dalle stalle alle stelle”) di Tony Bennett e inizio dei titoli di testa. Quasi due ore e mezza dopo: «And now it’s all over. […] Can’t even get decent food. After I got here I ordered some spaghetti with marinara sauce and I got egg noodles and ketchup. I’m an average nobody. I get to live the rest of my life like a schnook» («E adesso è tutto finito. […] Non si mangia neanche decentemente. Quando arrivai, chiesi degli spaghetti alla marinara e mi portarono tagliatelle col ketchup. Sono una nullità qualsiasi. Adesso passerò il resto della vita come un babbeo»). Mezzo sorriso all’indirizzo della macchina da presa, colpi di pistola rivolti al pubblico (esplicita citazione del finale di The Great Train Robbery di Edwin S. Porter, 1903), didascalie conclusive dei principali personaggi e titoli di coda, sulle note e sulle parole di My Way nella versione di Sid Vicious.

Nel tempo che divide questi due voice-overs di Ray Liotta (al suo quinto lungometraggio, qui nel ruolo di Henry Hill, protagonista e voce narrante) si consuma la parabola di Goodfellas. Secondo Alberto Farassino, il film «è innanzitutto un interessantissimo saggio di antropologia mafiosa, che analizza abitudini, comportamenti, mentalità, vita materiale di una speciale etnia, la delinquenza italoamericana di Manhattan. […] Scorsese monta i tempi di Quei bravi ragazzi con la precisione di un orologio e la libertà che amava nei cineasti nouvelle vague […]. […] [N]on usa qui un rigo di musica originale. Solo un mosaico di canzoni, che ricostruiscono la “base” musicale di un’epoca e di una comunità ma che soprattutto articolano i tempi e gli ambienti della sua storia, ne fissano le radici etniche […], le banalità […], le trasgressioni […] e in definitiva l’eternità e la mutabilità […]. Gran montaggio delle sonorità di un’epoca che non è quella “eroica” e dunque finta e stereotipata del proibizionismo e del jazz ma è quella moderna dei dischi e della tv».

Per dare una semplice idea del contesto, anche solo in fatto di mercato cinematografico, in cui è apparsa un’opera dal contenuto così discusso, basti sapere che i primi quattro film campioni globali di incassi quell’anno sono stati Ghost – Fantasma, Mamma, ho perso l’aereo, Pretty Woman e Balla coi lupi

Ecco invece l’italoamericano del Queens e di Little Italy: «In Quei bravi ragazzi Henry Hill è una specie di guida che ci conduce attraverso un inferno dantesco, e la cosa strana è che alla fine gli dispiace doverlo lasciare, non ha rimorsi. In effetti, adora questa vita. Ho voluto evitare i finali edificanti in cui tutti ottengono quello che si meritano […]. Henry si sbarazza dei suoi amici, la passa liscia… e il bello è che di questo gli dispiace! Paul Schrader [sceneggiatore di Taxi Driver, Toro scatenato e L’ultima tentazione di Cristo, ndr] mi ha detto che era impossibile che il pubblico trascorresse due ore e mezza in compagnia di una persona detestabile. Il pubblico si aspetta che lui venga punito. Ma ci sono un sacco di tipi come lui; io lo so, li ho visti perché vivevano nel mio quartiere. È così, non posso farci niente».

E come poter dubitare: un flusso di parole, immagini e musiche che scorre direttamente dalla vita al grande schermo.

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