Ognuno al suo posto

- Massimo Ferlini

Secondo MASSIMO FERLINI potremo superare la crisi solo scommettendo sul positivo che già c’è, abbattendo le corporazioni che lavorano per mantenere interessi e rendite

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L’11 settembre abbiamo ricordato i 10 anni che ci separano dal più grave attentato fatto contro civili che avevano la sola colpa di lavorare nelle Torri Gemelle. Assieme alla preghiera per chi è stato colpito dalla violenza abbiamo ricordato lo slancio di umanità e di solidarietà con cui i popoli hanno saputo reagire a chi metteva in discussione le basi di umanità della nostra convivenza.

Sette anni dopo, era il 15 settembre 2008, le televisioni di tutto il mondo mostravano i dipendenti della Lehman Brothers, una delle banche d’affari più grandi del mondo, abbandonare gli uffici con i cartoni degli effetti personali, segnale di una crisi di cui ancora viviamo una fase sempre più grave.

Non vi è una rapporto diretto tra i due fatti, ma colpisce come, di fronte alle difficoltà economiche, non vi sia una corrispondente risposta comune. La crisi mina la capacità di solidarietà, rinchiude in piccoli e grandi egoismi, schiaccia l’umano e rischia di far perdere di vista i valori che hanno permesso di superare, con la collaborazione di tutti, altri momenti di difficoltà.

Sono molte le cause che pesano per la crisi del nostro paese. Certo influisce la speculazione di una finanza che ha perso ogni contatto con l’economia vera, ma non possiamo dimenticare il debito pubblico abnorme e una mancanza di riforme, istituzionali ed economiche, che costituiscono da troppi anni un fardello insostenibile per le nostre imprese.

Lo sbandamento e l’indecisione del governo di queste ultime settimane sono stati ulteriori segnali negativi per i mercati, che basano il loro andamento sulla fiducia, e per chi ogni giorno lavora per lo sviluppo. L’Europa ha chiesto al nostro paese di definire che cosa vuole fare da grande, e la mancanza in queste fasi di un timone saldo, in grado di far tenere la rotta nelle acque agitate, ha rappresentato il pericolo maggiore.

Gli interventi decisi sono solo parzialmente strutturali e lasciano ancora nel limbo del breve termine le prospettive di crescita della nostra economia. Giustamente il Presidente Napolitano ha richiamato alla necessità di inaugurare riforme strutturali che permettessero un vero rilancio del nostro sistema paese, offrendo un terreno finalmente solido per pianificare il rilancio alle imprese e agli investitori.

Siamo costretti a notare che, ad oggi, nella manovra non c’è traccia di politiche per lo sviluppo che pure sarebbero essenziali per permettere alle nostre imprese di ricominciare a generare nuovo benessere per la società.
Mancano segnali di sostegno per quella parte positiva dell’Italia che resiste e che deve essere sostenuta, come i tanti imprenditori che hanno rinunciato a tutto pur di continuare a lavorare e a tenere in piedi la propria azienda.

L’assenza di proposte capaci di richiamare tutti alle proprie responsabilità fa emergere un qualunquismo pericoloso, foriero di tensioni sociali crescenti. Non si tratta di tagliare i costi della democrazia e della libertà, ma di ridurre i costi di uno statalismo che frena ogni possibilità di sviluppo per una nuova fase di crescita della società. Sono ormai 20 anni che, indipendentemente dal colore dei governi, gli indicatori sociali del nostro paese sono in discesa rendendo evidente che manca un’idea di rinnovata crescita civile e sociale.

Potremo superare la crisi solo scommettendo sul positivo che già c’è, abbattendo le corporazioni che lavorano per mantenere intatti i propri interessi e la propria rendita, dando un segnale chiaro e concreto a momento dei provvedimenti strutturali. Proprio questa parte positiva e intraprendente del nostro paese, se riceverà segnali di attenzione e di ascolto, potrà mettere la propria creatività e il proprio talento a disposizione di uno sforzo comune, che dia il via a una nuova stagione di crescita.

E ora? Noi rispondiamo che c’è bisogno di ognuno di noi. È un problema di presenza, di non chiamarci fuori, non sentirci estranei, nell’impresa o nel lavoro, ma essere pronti ad assumerci fino in fondo la responsabilità del nostro ruolo, perché sappiamo che ciò che abbiamo ci è stato affidato.

Da qui la responsabilità con cui affrontiamo ogni atto della nostra vita rispondendo così alle sfide che ogni giorno ci si presentano. Chi ha dato vita a un’opera deve essere oggi, ancora più del solito, fedele al principio che l’ha mosso, trovando le risorse per investire innovare, internazionalizzare.

Fare tutto questo da soli però è difficile. È necessario lavorare insieme, dentro una compagnia, per sostenersi e correggersi, aiutarsi e confrontarsi, perché se è vero che nessuno si può sostituire alla responsabilità delle scelte degli imprenditori, è vero anche che un imprenditore, da solo, rischia di non riuscire a sostenere la sua responsabilità.

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