FINANZA/ Così l’Italia diventa il Bengodi per gli investitori (nonostante lo spread)

- Ugo Bertone

I titoli di stato italiani, nonostante la fiammata dello spread, continuano a essere ricercati per il rendimento che garantiscono

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Lapresse

La bufera politica che ha investito i titoli di Stato riportando lo spread attorno ai 240 punti fa passare in secondo piano il “regalo” che il Tesoro ha fatto ai gestori delle banche e delle assicurazioni giapponesi assediati dall’oceano di titoli a rendimento negativo, in patria (ma non solo), che rendono quasi impossibile garantire un qualche rendimento ai pensionati del Sol Levante. Dai rendiconti a fine giugno emerge che gli investitori giapponesi hanno fatto incetta di titoli di Stato italiani per 2,6 miliardi di dollari, record da oltre quattro anni. Si è trattato di un ottimo affare, rileva Bloomberg: se si prende per esempio il Btp con scadenza al novembre 2029, il 20 novembre 2018 aveva un prezzo di 114,04, salito a 135,25, con una performance del 18,5%, senza contare la cedola prevista del 5,25%.

Al contrario, i tesorieri di Tokyo hanno venduto 665,5 miliardi di yen di debito tedesco, massimo da maggio 2018, imitati dai gestori tedeschi alle prese con un record drammatico: tutte le emissioni di Berlino trattano in terreno negativo, compresi i Bund a 30 anni, il che significa che chi si affida alle Finanze tedesche accetta di pagare una sorta di ticket per parcheggiare i propri soldi nelle emissioni della Germania Federale, quasi fossero Bmw o Mercedes, del resto in un momento difficile.

Questi numeri dimostrano che l’Italia, causa la propria drammatica incapacità di presentarsi con un volto ragionevole sui mercati finanziari, offre alla finanza internazionale l’occasione per reflazionare i propri conti con un rischio (almeno finora) modesto, visto che, a garantire la solvibilità del Bel Paese, ci sono gli asset accumulati in passato. È un gioco al massacro che va avanti da tempo, ma che nel mondo a tassi sotto zero dove latita la crescita ha il sapore di un vero e proprio suicidio per un Paese fortemente indebitato che, senza investire sul proprio futuro, salva i conti della previdenza altrui.

Intanto qualcosa si muove in Europa. Proprio mentre esplodeva la crisi politica italiana, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha rivelato che il Governo tedesco sta valutando la possibilità di aumentare gli investimenti in materia di cambiamenti climatici grazie a un incremento dell’indebitamento. Un gradito strappo alle regole, anzi il primo passo verso una fiscal policy più aperta, che nulla ha a che fare con il fracasso in arrivo dall’Italia. È la prima crepa nel Muro dell’intransigenza di Berlino, a questo punto più un danno che un aiuto alla stabilità tedesca (basti vedere gli investimenti sbagliati, tipo Monsanto, in cui si sono imbarcati i gruppi d’oltre Reno per dare sfogo ai bilanci troppo ricchi), che dà corpo alla sensibilità politica verde del Continente, testimoniata in questi giorni dal dibattito ambientale in Francia e in Spagna. Peccato che l’Italia, avviata a una campagna elettorale feroce, non dia alcuno spazio a questo tema. Si può capire: rende di più (e impegna assai di meno) far la guerra a un manipolo di migranti.

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