FINANZA E POLITICA/ La partita europea che il Governo rischia di perdere

- Giuseppe Pennisi

Inizia una settimana importante per il Governo, soprattutto a livello europeo, con il board della Bce e il Vertice Ue dedicato al Recovery fund

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LaPresse

Si apre una settimana quanto mai complessa per il Governo. Sul fronte interno, i nodi, quanto mai aggrovigliati attorno ad Atlantia e Autostrade per l’Italia, nonché quelli della “newco” Alitalia e del maxi-impianto siderurgico di Taranto, rischiano di fare ballare l’Esecutivo. Su quello esterno, sono in primo piano le tematiche europee a ragione della riunione del board della Banca centrale europea in programma per giovedì 16 luglio e del Consiglio europeo – dei Capi di Stato e di Governo – venerdì 17 e sabato 18 luglio. C’è una stretta relazione tra le due categorie di eventi. Infatti, un Governo che appare, ed è, diviso sui temi di politica interna (e anzi forse sull’orlo di una crisi agostana), è un Governo debole nei consessi internazionali in generale e in quelli europei in particolare.

In effetti, uno degli obiettivi degli Stati Generali dell’economia (a cui è stata invitata, all’ultimo momento, anche l’opposizione, che ha declinato di andare) era quello di mostrare all’Unione europea un Esecutivo solido, con obiettivi e strumenti condivisi dalle forze economiche e sociali (oltre che da una miriadi di task force e consulenti) e appoggiato, nelle sue richieste all’Ue, anche dall’opposizione. Questo obiettivo non è stato raggiunto; al contrario, proprio alla vigilia della “settimana europea”, la stessa maggioranza pare traballare; basta passeggiare a Montecitorio e si avverte un’aria piena di veleni e di intrighi che riguardano soprattutto l’inquilino di palazzo Chigi.

Della “settimana europea”, il primo appuntamento è quello della Bce giovedì: si va alla riconferma e possibile estensione del Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp), il programma speciale di Quantitave Easing (tramite acquisti di titoli di stato) di cui l’Italia è il principale Stato beneficiario. È possibile che palazzo Chigi, la Farnesina e via Venti Settembre mostrino la decisione come una vittoria della diplomazia economica internazionale dell’Italia. Potrebbe essere un errore, perché al Consiglio europeo del giorno dopo, il presidente del Consiglio potrebbe sentirsi dire: avete il Pepp quasi tutto per voi, non riuscite a spendere le risorse attribuitevi sette anni fa a titolo di fondi strutturali (come documentato anche su questa testata), quindi non chiedete troppo a valere sul Next Generation EU. A Bruxelles – è noto – è tornata alla grande una vecchia battuta del Cancelliere Bismarck: L’Italia ha un grande appetito, ma una dentatura debole. Non certo un complimento al nostro Paese e a chi lo Governa.

Prima del Consiglio europeo, Conte ha intrapreso un gran tour. Ha visitato le capitali di Portogallo, Spagna e Olanda e spera di andare anche a Berlino e a Parigi per incontri con le sue controparti. Nel gran tour ha mostrato di esser un abile giocatore di scopone scientifico e di briscola, ma di essere meno avvezzo al bridge e al poker di cui sono maestri i suoi interlocutori.

Era facile prevedere risultati brillanti a Lisbona e a Madrid. I Paesi mediterranei hanno interesse tanto quanto l’Italia a un Next Generation EU con una dotazione ricca e destinata in gran misura ai Paesi mediterranei. L’Italia, però, deve fare attenzione che Madrid non gli faccia il bluff fatto a Romano Prodi nel 1997, quando Roma contava su un fronte comune nei negoziati per l’unione monetaria europea e la Spagna gli tirò, all’ultimo minuto, il tappeto da sotto i piedi.

La cena all’Aia, in noto ristorante italiano, e dopo una passeggiata con il presidente del Consiglio olandese, Mark Rutte, è stata meno piacevole. Conte è stato accolto dal leader dei sovranisti dei Paesi Bassi, Geert Wilders, davanti a Binnenhof, sede del Governo olandese, con un cartello con la scritta: “Non un centesimo all’Italia”. Dopo la cena, ha dovuto ammettere che “ci sono divergenze”, espressione diplomatica per dire “siamo ai ferri corti”,

Conte pare ancora di contare su un Next Generation EU di 750 miliardi di euro, di cui 172 destinati all’Italia mentre, la stessa Angela Merkel ha prospettato, nell’aula del Parlamento europeo, l’ipotesi di un’eventuale riduzione a 500 miliardi da presentare al prossimo Consiglio del 17 e 18 luglio per smussare l’aggressività dei “Paesi frugali”, piegare con ponderazione la loro veemenza, insomma per mostrarsi disponibili alla riduzione dei contestati 750 miliardi. Nel tour, invece, il Presidente del Consiglio italiano ribadiva, facendo anche la voce grossa, che mettere in discussione quella cifra, e nello specifico i 172 miliardi destinati all’Italia, significherebbe bloccare tutto il negoziato. Tutti sanno che un veto italiano a un compromesso danneggerebbe soprattutto il nostro Paese, a cui gli altri dell’Ue ricorderebbe le numerose promesse sottoscritte e non mantenute dal 1998 all’altro ieri. Quindi, Conte potrà mostrare, al più, una pistola che tutti sanno essere scarica o al più ad acqua.

La partita europea che si gioca questa settimana ha due altri aspetti: a) lo sportello sanitario del Meccanismo europeo di stabilità; b) il programma di riassetto e rilancio che dovrebbe essere la base del Next Generation EU.

Dato che gli altri Paesi dell’Ue, si chiedono perché l’Italia non utilizza il Mes in attesa che si definiscano altre linee di finanziamento, Conte spera in un dribbling: fare ingoiare ai suoi alleati pentastellati il Mes in cambio di una punizione “esemplare” ad Atlantia, Autostrade per l’Italia e soprattutto ai Benetton. Ma ciò potrebbe chiedere molto più tempo dei pochi giorni che ci separano dal Consiglio europeo.

Sul programma di riassetto e rilancio, siamo ancora in alto mare. Il Programma nazionale di riforma, la cui finalizzazione è stata ritardata dalla pandemia, è stato approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri. Potrebbe essere una buona base, ma l’Ue si aspetta un programma in linea con gli obiettivi enunciati dalla Commissione un paio di mesi fa e con poste di spesa e cronoprogrammi di riforme monitorabili. Per gli investimenti pubblici si possono utilizzare i progetti indicati nel decreto “semplificazione”, ma per le riforme, ad esempio quella della giustizia, cosa si potrà produrre?

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