FINANZA E POLITICA/ L’eredità di Del Vecchio? Non è la super-quota di Mediobanca…

- Nicola Berti

Leonardo Del Vecchio negli ultimi anni si è occupato molto di Mediobanca e Generali, ma il dossier che lo interessava di più era il futuro dello Ieo

Del Vecchio, Luxottica
Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica (LaPresse)

Le homepage dei grandi media non hanno resistito alla tentazione, ma sono in parte perdonabili: Leonardo Del Vecchio – scomparso ieri a 87 anni nella sua Milano – era negli ultimi anni alle cronache finanziarie come primo azionista di Mediobanca. E nessuno – nella storia del leggendario istituto fondato da Enrico Cuccia – ne è mai stato in effetti proprietario singolo al 20%. Del Vecchio non ne era d’altronde il “padrone”: ma non è questa la ragione che suggerisce di lasciar perdere via Filodrammatici e la sua saga in morte e memoria del “Cavalier Martinitt”.

La  morte di Del Vecchio allarga – forse in misura superiore ai casi precedenti – il vuoto lasciato negli ultimi anni da figure come quelle di Ennio Doris, Giorgio Squinzi e Bernardo Caprotti (in prospettiva niente affatto inferiori a un Gianni Agnelli). Da ieri più orfana non è Piazza Affari – dove anche il patron di Essilor è rimasto un solido azionista di maggioranza – ma l’Azienda-Italia: anzi l’Azienda Europa. Dietro l’italiano che si contendeva con Silvio Berlusconi il primato tricolore nella classifica Forbes dei Paperoni globali, c’è sempre stato un industriale a 98 carati, non un finanziere. Un campione dell’economia reale: quella dei prodotti e servizi (gli occhiali, oggi proiettati nel meta-virtuale); delle fabbriche popolate di lavoratori in carne e ossa (come lo stabilimento-modello di Agordo). C’è stato un imprenditore self-made man: un uomo che scopre dentro di sé i suoi talenti – il suo “capitale umano” – in una famiglia povera, in un orfanotrofio. Gli hanno   concesso la vittoria – già una ventina d’anni fa – negli Stati Uniti: dove non basta mettere sul tavolo miliardi di dollari. Bisogna dimostrare di essere businessmen: uomini capaci di combinare capitali e idee, occupazione e innovazione, rischio e leadership personale.

Negli stessi mesi e anni in cui Del Vecchio ha ricostruito la “sua” Luxottica in Essilor e si è misurato nel tentativo di “de-Mediobanchizzare” le Generali, il dossier che lo interessava di più era il futuro dello Ieo: il polo oncologico d’eccellenza fondato a Milano da Umberto Veronesi (e da sempre carissimo a Cuccia). Un gioiello congelato da guerre di posizione nella finanza meneghina: che frenavano il grande riassetto delle realtà di alto livello nella medicina milanese che per Del Vecchio era inconcepibile non realizzare subito. Perché il Cavaliere lombardo-veneto-globale era l’uomo del fare subito ciò che è possibile fare: come quando gli venne chiesto di investire nel Credito italiano (di cui è ancora primo azionista italiano a trent’anni dalla privatizzazione). Gli era stata offerta la seconda licenza della telefonia mobile in Italia: chissà, nella “scuderia Del Vecchio” forse Omnitel sarebbe ancora italiana.

Certo, è il lavoro degli analisti giornalisti quello di pronosticare il destino dell'”eredità del Vecchio”: fra gossip familiare (tre mogli e sei figli) e ruolo di Francesco Milleri: l’ultimo dei manager professionali cui Del Vecchio aveva affidato il comando sul campo della galassia Delfin. Non c’è dubbio che da oggi Mediobanca è meno sotto assedio: che Del Vecchio (grande azionista anche del Leone di Trieste) era il vero “senior partner” di Francesco Gaetano Caltagirone nella scommessa – ormai in gran parte sfumata – di re-italianizzare le Generali, strappandole al controllo cinquantennale di Mediobanca. Ma la domanda vera è se nell’imprenditoria italiana c’è qualche giovane “unicorno” capace di raccogliere il testimone che Del Vecchio ha impugnato fino al suo ultimo giorno.

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