FINANZA/ Ecco la vera alternativa a patrimoniale e prelievo forzoso su conti correnti

- Gian Luca Barbero

L’impatto del coronavirus sull’economia italiana sarà molto forte. Occorrerà convincere gli italiani a investire sul futuro del proprio Paese

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Image by Steve Buissinne from Pixabay

Secondo le previsioni del Documento di economia e finanza, quest’anno il Pil reale dovrebbe contrarsi dell’8,1%, per rimbalzare, nel 2021 a +4,7%. Gli ulteriori 55 miliardi di nuovo debito porteranno il rapporto deficit/Pil al 10,4%, mentre il debito pubblico, quest’anno, salirà al 155,7% del Pil. Tale contrazione, senza precedenti, sarebbe spiegata per circa un terzo dalla caduta del commercio internazionale di beni e servizi e per la rimanente parte dalle politiche di contenimento a livello nazionale.

È una situazione che non può non preoccupare, non essendo pensabile, tra l’altro, poter continuare a spendere solo per misure di sostegno al reddito, benché le clausole europee di stabilità siano temporaneamente sospese: si rischierebbe così di generare soltanto instabilità finanziaria. Diventa, quindi, fondamentale riflettere su possibili soluzioni.

In base ai dati di Banca d’Italia, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro, otto volte il loro reddito disponibile. Le abitazioni hanno costituito la principale forma di investimento delle famiglie e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, hanno rappresentato la metà della ricchezza lorda. Il totale delle passività delle famiglie era pari a 926 miliardi di euro, un ammontare inferiore, in rapporto al reddito, rispetto agli altri Paesi. Le attività finanziarie hanno raggiunto 4.374 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. Al terzo trimestre 2019, la consistenza delle attività finanziarie di famiglie e istituzioni senza scopo di lucro a servizio delle famiglie è pari a 4.396 miliardi di euro (a fronte di 944 di passività), di cui quasi 2.000 in depositi, titoli a breve termine e quote di fondi comuni di investimento; guardando ai dati di flusso, invece, nel corso del trimestre il saldo è stato negativo per 962 milioni di euro: l’aumento dei depositi (24,1 miliardi di euro) e dei prodotti del risparmio gestito (20,2 miliardi di euro) è stato compensato dalla vendita dei titoli, azioni e partecipazioni e altre attività finanziarie (-45,2 miliardi di euro); un trend che potrà incrementarsi, tenuto conto dei costi legati alla pandemia.

Volendo considerare anche solamente conti correnti e depositi, si arriverebbe alla cifra di 1.445 miliardi. Francamente, non li definirei “soldi bloccati” sui conti correnti, come mi è più volte capitato di leggere, perché si tratta di una sorta di ammortizzatore individuale e familiare a cui attingere e da preservare il più possibile, che ha già funzionato assai bene durante la precedente crisi economica; tuttavia, rappresentano un’indubbia risorsa ed è, quindi, comprensibile che si pensi – tra le idee che circolano – a un loro impiego in funzione anti-crisi e di ricostruzione, mediante emissioni di titoli irredimibili, o a lunghissima scadenza, a basso tasso di interesse: una sorta di nuovo “Btp Italia” con finalità specificamente solidali.

L’idea può essere buona, ma va accuratamente esaminata. La recente emissione di Btp – che rappresentano oltre il 70% della composizione dei titoli di stato – a 5 e a 30 anni ha avuto un successo senza precedenti: a fronte di un’offerta di 16 miliardi di euro, il Tesoro ha registrato una domanda di oltre 110 miliardi, nonostante le tensioni a livello di spread Btp/Bund non siano diminuite. Tra i titoli offerti, vi è stata anche la riapertura di un trentennale, con scadenza 1/09/2050, cedola annuale del 2,45% e prezzo di collocamento molto inferiore alla pari (87,186), corrispondente a un rendimento lordo superiore al 3%. Il Btp a 20 anni emesso l’1/03/2019 con scadenza 1/03/2040 ha una cedola del 3,10%, mentre analogo titolo emesso il 1/09//2017 con scadenza 1/09/2038 ha una cedola del 2,95%. Il livello cedolare e il prezzo dei titoli risentono ovviamente dell’andamento dei mercati obbligazionari – le cui quotazioni sono molto sensibili alla lunghezza della vita residua del titolo – e dell’affidabilità del Paese che li emette (merito creditizio).

Raccogliere a lungo termine e a bassi tassi d’interesse è senz’altro uno dei modi migliori per gestire il debito, opzione che può essere praticata, benché con alcune difficoltà, anche da Paesi caratterizzati da debiti pubblici elevati, grazie soprattutto al sostegno della Bce: l’agenzia di rating S&P, nel suo report sull’Italia, prevede che “la maggior parte del debito sovrano italiano, creato a seguito della crisi, sarà acquistato dalla Bce” e questo ”significa che il Governo italiano sarà in grado finanziarsi a tassi nominali di circa lo 0,8% in media quest’anno rispetto al tasso di indebitamento medio del 2,5% sul proprio debito esistente”, pagando addirittura meno interessi rispetto al 2019.

La scadenza della nostra nuova obbligazione dovrebbe forse essere immaginata superiore ai 30 anni e il livello delle cedole dovrebbe essere piuttosto ridotto, volendo contenere gli oneri a carico dello Stato, con il rischio di rendere il titolo scarsamente appetibile, anche per un mercato esclusivamente domestico. Se, invece, si volesse incanalare forzatamente una parte del risparmio degli italiani, si potrebbe ottenere un effetto assai simile a quello di una tassa patrimoniale, almeno sul piano psicologico. Essendo a lunghissimo termine, inoltre, bisogna prevederne la vendita sul mercato secondario in corso di durata, per le più disparate esigenze, con eventuali perdite (anche notevoli) rispetto al valore di acquisto. Non da ultimo, l’onere fiscale dovrebbe essere pressoché azzerato, visto che, già attualmente, i proventi derivanti dai titoli di stato scontano un’imposta sostitutiva molto conveniente (12,50%); meglio ancora se tale forma di risparmio forzato potesse beneficiare di agevolazioni fiscali anche in fase di sottoscrizione.

C’è poi il nodo fondamentale, direi tutto politico, di investire le somme raccolte davvero in attività produttive che stimolino la ricostruzione del sistema economico; ciò presuppone la creazione di un programma di investimenti soprattutto infrastrutturali per ridare fiato al Paese, investimenti in ricerca e innovazione per rivitalizzare formazione e lavoro, investimenti nel terzo settore per ricostruire il tessuto sociale. Altrimenti, ci si lancia piratescamente alla conquista del bottino soltanto per consolidare il proprio potere ed essendo il risparmio degli italiani l’ultima spiaggia, si resta in mutande (o quasi).

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