FINANZA/ La corsa all’oro che gli italiani rischiano di pagare

- Paolo Tanga

Come nel 2014 le banche centrali riportano a casa l’oro. Ma oggi lo fanno anche per difendersi dalla spada di Damocle delle monete virtuali

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(Pixabay)

Nel 2014 i giornali erano tempestati di articoli che mostravano un’Italia piagata, nella quale iniziavano le chiusure di negozi storici che non riuscivano a superare gli adempimenti asfissianti loro imposti, l’eccessiva tassazione, gli affitti da capogiro, la concorrenza dei centri commerciali.

In questi giorni si sta verificando la ripresa di queste notizie, ma quasi esclusivamente sulla stampa locale, qualche accenno lo si può trovare nelle parole di sparuti opinionisti in trasmissioni televisive generaliste. I video postati e pubblicati su internet delle manifestazioni popolari quotidiane francesi contro il vertice politico ricevono una marginale diffusione.

Viviamo in un’Europa nella quale il sistema economico viene reinterpretato all’ombra dei canoni che trasferiscono la ricchezza da alcuni Stati aderenti ad altri, riproducendo lo schema vissuto dal nostro Paese dopo l’unificazione dell’800, con la differenza che per depauperizzare il Mezzogiorno, dopo oltre cento anni le regioni meridionali non sono state ancora distrutte, mentre in Europa l’abaco delle capitolazioni ha da tempo iniziato a spostare le palline con effetti devastanti.

Nel 2014, dopo appena due anni dall’approvazione in Italia del Mes a opera del primo governo non eletto e imposto agli italiani, in Germania e Olanda si fa strada la politica di riconduzione dell’oro in patria, riattribuendo al metallo il valore di garanzia di stabilità. Poi è seguito il silenzio.

Da pochi mesi, anche se con meno clamore, e dopo il peggioramento delle condizioni sul Mes a scapito dell’Italia e di tutti i Paesi debitori, la Banca centrale olandese ha ritenuto necessario rendere noto che possiede più di 600 tonnellate d’oro, che il lingotto d’oro ha sempre il suo valore, che se l’intero sistema crolla, l’oro dà la garanzia per ricominciare e che circa un terzo dello stesso oro è in patria e sarà trasferito in una fortezza militare in costruzione. E altri Paesi europei si aggiungono alla politica del rimpatrio del metallo nobile.

L’unico Stato in cui il problema non è sentito è l’Italia, verosimilmente perché la Banca d’Italia, dapprima semplice depositaria del metallo gestito da Cambital, poi Ufficio Italiano dei Cambi (organo assorbito nella Banca d’Italia, in modo che l’unione tra gestore e depositario ha consentito alla banca centrale di appropriarsi dell’oro dei cittadini senza alcun contrasto), non essendo effettiva proprietaria del metallo, preferisce che gli altri Stati se ne approprino, come avvenne a conclusione del secondo conflitto mondiale per l’oro trafugato dai tedeschi dai suoi forzieri, transitato per l’Alto Adige e arrivato in Germania in quantità inferiore a quella partita da Roma. Come mai l’Italia che contribuì ad accelerare la conclusione del conflitto fu trattata peggio del suo ex alleato?

Forse l’istituto di emissione italiano vuole farsi perdonare l’accentramento dell’oro dal Banco di Napoli in cambio dell’argento ceduto a un tasso di cambio legale minore rispetto al suo nuovo valore sul mercato mondiale? Così, se l’oro non ci sarà più, sarà eliminato qualunque motivo del contendere.

Quello che mi preoccupa è che l’azione dei nostri corrispondenti si è ripetuta dopo un lustro al precipitare nella stessa maniera delle condizioni italiane. C’è, però, un’ulteriore motivazione, messa nero su bianco sul Sussidiario, sulla politica dei tassi negativi posta in essere dalla Bce e che è stata contrastata dai Paesi di fatto beneficiari, quelli “no Pigs” per intenderci. Nell’ultima riunione del Consiglio della Bce vi è stata una frattura sugli acquisti diretti proprio dagli Stati nordici che si sono opposti (non avranno letto il mio articolo che li condanna…). Meglio votare contro, così appaiono formalmente inconsapevoli degli stratosferici benefici ottenuti dall’operato della banca centrale alla quale appartengono.

La novità è rappresentata dal fatto che anche l’Ungheria ha decretato il rientro in patria dell’oro, pur possedendone una quantità relativamente modesta, e che le Banche centrali di tutti gli Stati hanno iniziato a incrementare la quantità di metallo prezioso posseduta.

Le maggiori riserve d’oro potrebbero essere dovute alla necessità di voler ridurre la percentuale di debito americano detenuto dagli investitori istituzionali, che infatti è diminuita dal 50% al 40%. Tanto che la crescita del debito statunitense è incessante: 5 trilioni nel 2000, 10 trilioni nel 2008, 20 trilioni nel 2017 e nel marzo 2019 è stato deciso dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di considerare l’oro alla stregua del contante.

Lo sviluppo delle monete virtuali potrebbe rappresentare una spada di Damocle pronta a fare vittime non solo per queste, ma anche per quelle finora accettate legalmente nelle transazioni. Allora solo un metallo nobile potrà rappresentare lo strumento di fiducia per quegli Stati che avranno saputo attrezzarsi per tempo.

L’Italia, per quanto sia in termini relativi la più dotata, rappresenterà il fanalino di coda, facendo ingoiare ai propri cittadini l’inconsistenza della sua classe politica anche in questo campo.

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