FINANZA/ Le mosse rischiose dell’Italia su Mes e Patto di stabilità

- int. Massimo D'Antoni

Con il Mes avanza in Europa l’idea di delegare il ruolo di controllo delle politiche economiche dei singoli Stati ai mercati dei capitali

Roberto Gualtieri
Roberto Gualtieri (LaPresse)

In attesa del D-Day sul fondo salva-Stati, previsto domani davanti al Parlamento dopo le comunicazioni del premier Giuseppe Conte, gli alleati di governo provano a serrare le fila, nel tentativo di tamponare le obiezioni del M5s. Il confronto prosegue serrato e in una prima bozza di risoluzione la maggioranza “impegna il governo” ad “approfondire i punti critici” del pacchetto di riforme che include il Mes e “in particolare” a escludere “in ogni caso interventi di carattere restrittivo sulla dotazione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei titoli di Stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale”. Infine, oltre a prevedere “il pieno coinvolgimento del Parlamento in una eventuale richiesta di attivazione del Mes”, si chiede di “condizionare l’adozione di ogni decisione vincolante in merito alla revisione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) alla finalizzazione, ancora non conclusa, del suo processo di riforma attraverso la definizione delle regole e delle procedure delle Clausole di azione collettiva”. Sono condizioni che possono rendere più digeribile all’Italia l’adesione al fondo salva-Stati? “La mia critica al Mes è più generale – risponde Massimo D’Antoni, professore di Scienza delle finanze all’Università di Siena -. Il punto decisivo è che la riforma dà un segnale ai mercati che crea allarme e può avere effetti destabilizzanti. Con il Mes l’Europa mette in campo uno strumento che ricalca la solita logica entro cui ci si è mossi finora, rinunciando cioè a proposte più ambiziose o a una modifica complessiva della governance dell’Unione europea”.

Chiedere la ridefinizione delle Cacs non è un passo importante?

Le Cacs, clausole che regolano i diritti dei sottoscrittori dei titoli di Stato in caso di ristrutturazione, non mi sono mai sembrate il punto centrale, anche se, certo, contribuiscono a definire il quadro generale. Il tema è la previsione esplicita della ristrutturazione come condizione per accedere al sostegno del Mes.

Nella nuova versione del Mes non si parla più di automatismo. Pericolo scampato?

L’automatismo non c’è mai stato, su questo ha ragione il ministro Gualtieri. Ma rispetto alla versione attualmente vigente, il nuovo trattato insiste in modo molto più esplicito sulla valutazione della sostenibilità del debito, affermando che in nessun caso verrà concesso aiuto a un Paese il cui debito non sia giudicato sostenibile. Questa condizione era in precedenza solo implicita, un riferimento così articolato alla questione della sostenibilità, con la previsione di una valutazione autonoma del Mes che può anche essere in dissenso dalla Commissione, trasmette il messaggio che la ristrutturazione dei debiti pubblici non è più un’eventualità remota che la Ue farebbe di tutto per evitare, ma è una possibilità reale. Peraltro, lo stesso Gualtieri, nella sua audizione, se da un lato ha difeso il fatto che nel trattato non fosse previsto automatismo nella ristrutturazione, ha rivelato che alcuni paesi, tra cui la Germania, avevano insistito in questa direzione. Si tratta di un elemento tutt’altro che rassicurante.

Quindi?

Non mi sembra campata per aria l’idea che, in caso di richiesta di aiuto al fondo, l’eventualità di una ristrutturazione, per quanto non formalmente obbligatoria, sia percepita come una condizione quanto meno molto probabile. C’è solo da sperare di non aver mai bisogno di trovarsi in quella situazione.

E’ la ragione che la rende così critico sul Mes?

La mia critica è più generale e parte dal fatto che al Mes vengono affidati compiti che normalmente spettano a una Banca centrale: garantire implicitamente il debito pubblico e l’accesso alla liquidità delle banche. Creare un meccanismo alternativo, che somiglia più a un piccolo Fondo monetario internazionale, è un sintomo della stranezza dell’architettura dell’unione monetaria europea. Di fatto, i paesi che partecipano all’euro si trovano in questa condizione di fragilità, specialmente quando hanno un debito elevato, perché non hanno una Banca centrale come prestatore di ultima istanza. Si cerca di ovviare al problema con questo strano surrogato, che è anche un po’ un ibrido.

Perché lo definisce così?

Il Mes è un soggetto pubblico che usa risorse pubbliche, ma poi si muove in una logica privata, da banca, tanto che si dice esplicitamente che nelle sue valutazioni esso dovrà assumere la prospettiva del creditore. Proprio come la banca verso un privato: ti presto i soldi previa valutazione della tua capacità di restituirli. Eppure stiamo parlando di Stati.

Con questo fondo salva-Stati come sta cambiando l’architettura dell’Europa?

A mio avviso, sempre più si pensa che a disciplinare gli Stati possano essere i mercati, attraverso lo spread, cioè il rischio di default del debito. Mi pare che ci sia ormai un’implicita presa d’atto che i meccanismi legati al fiscal compact, proprio perché politici, finiscono sempre per trovare un accomodamento che non arriva mai alla sanzione. L’idea è dunque quella di delegare questo ruolo di controllo delle politiche economiche degli Stati ai mercati dei capitali. E per far questo ci si allontana sempre più dalla clausola non scritta del no bailout, cioè l’idea che i debiti pubblici non potessero fallire, che ha nei fatti caratterizzato l’unione monetaria nella sua fase iniziale.

Che cosa intende dire?

Nei primi anni dell’euro la convergenza dei tassi d’interesse e gli spread vicini a zero riflettevano la percezione degli investitori sul fatto che non si sarebbe fatto fallire nessuno Stato Ue. Percezione superata nel caso della Grecia. Ora con il Mes è un po’ come se si dicesse: ciascun paese è responsabile di quel che fa e ne risponde non più davanti alla Commissione Ue, ma di fronte ai sottoscrittori del debito. Secondo alcuni, questa è l’unica strada praticabile o auspicabile per garantire il rispetto delle regole.

Secondo lei?

Non è certo un passo nella direzione di una Ue integrata e solidale, come sarebbe nelle aspirazioni di molti. Sembra più un contratto tra privati che si fidano molto poco l’uno dell’altro. La preoccupazione principale è quella dell’azzardo morale, del timore che senza vincoli rigidi un Paese sarebbe sempre portato a comportarsi poco responsabilmente, rinviando le riforme necessarie.

Cosa servirebbe?

In ultima analisi la posizione relativa al Mes dipende da quale si ritiene debba essere la cura che ci può portare fuori da questa situazione di stagnazione prolungata. Chi pensa che l’Italia possa tornare a crescere solo realizzando ulteriori liberalizzazioni e riducendo il ruolo del pubblico nell’economia, contro le resistenze interne, vede bene il ruolo dei mercati finanziari come “vigilantes”. Secondo me l’Italia ha bisogno d’altro: politica industriale, investimenti in infrastrutture e in istruzione e ricerca, una riqualificazione della pubblica amministrazione. Tutte cose che richiedono risorse e che quindi non sono realizzabili in un contesto di austerità perpetua.

Gualtieri e il governatore Visco, che solo un mese fa aveva parlato di “enormi rischi”, assicurano che le modifiche del Mes non sono di grande rilevanza, che aderendo al Mes non succederà nulla, anzi così si potrà aiutare meglio l’Italia. Cosa ne pensa?

Capisco che vogliano rassicurare, ma non credo che in coscienza possano escludere che la riforma del Mes comporti dei rischi reali. C’è chi ancora ricorda come l’aver semplicemente citato il coinvolgimento dei privati nella soluzione del problema del debito greco a Deuville nel 2010 abbia coinciso con un cambiamento di aspettative dei mercati che poi avrebbero portato alla crisi dei debiti sovrani. Il modo in cui le aspettative dei mercati si adeguano interpretando modifiche anche molto marginali non è mai del tutto prevedibile.

Il Mes può aiutare l’Italia?

Ne dubito. Visto che non rientriamo tra i Paesi virtuosi che possono accedere al Mes senza condizionalità e che l’aiuto potrebbe arrivare solo alle condizioni di cui abbiamo parlato, che potrebbero includere una ristrutturazione del debito, c’è solo da sperare di non doverne mai aver bisogno. Se poi dovessimo trovarci in condizioni di necessità, c’è da dubitare che la dotazione del Mes, circa 700 miliardi, un terzo del debito pubblico italiano, sia sufficiente. Di fronte a un’effettiva crisi dell’Italia, l’unica istituzione che potrebbe intervenire con successo è la Bce.

A tal proposito, non trova strano il silenzio su questo argomento della Bce? Non ha il sospetto che il Mes serva proprio per evitare che in futuro la Bce possa di nuovo adottare misure alla Draghi, come il Qe o la logica del “whatever it takes”?

E’ quel che ho ricordato all’inizio. Al Mes di fatto vengono assegnati compiti tipici di una banca centrale. Gli Usa non hanno il Mes perché hanno la Federal Reserve.

Non era allora più semplice dare alla Bce il ruolo di prestatore di ultima istanza, come suggeriva l’ex ministro Savona?

Il Mes c’è proprio perché la Bce ha un mandato così limitato rispetto ai compiti di una vera Banca centrale.

Ieri il commissario Ue Paolo Gentiloni, intervenendo al Rome Investment Forum 2019, ha detto che “di tutto abbiamo bisogno tranne che di una fiammata di autolesionismo”. Se stiamo fuori dal Mes, che cosa potrebbe succedere all’Italia?

Anche in questo caso è difficile prevederlo. Non mi pare secondaria la motivazione con la quale potremmo rifiutare di aderire al Mes. Dovremmo dire che riteniamo di non avere bisogno di un tale strumento e dovremmo porre con forza il tema della riforma della governance dell’Unione. Non sarebbe un semplice starne fuori, ma un modo di rilanciare.

E’ la logica del pacchetto invocata da Conte?

Quella impostazione mi sembra corretta. Non ci può bastare una generica indicazione che in futuro ci saranno l’unione bancaria e la garanzia unica sui depositi; dovremmo dichiarare di non voler sottoscrivere il Mes finché non sarà definito l’insieme completo di strumenti. Sarebbe un esercizio di veto che esprime anche volontà di negoziare. E non è detto che non ci siano altri che possono venirci dietro.

Può funzionare?

La logica del pacchetto era nella mozione di indirizzo del Parlamento di giugno e la ritroviamo adesso nella risoluzione della maggioranza. Corredata da un punto molto importante.

Quale?

Riguarda l’assicurazione comune dei depositi, che i Paesi del Nord Europa non vogliono attivare, dicono, finché le banche italiane saranno piene di titoli di Stato. Secondo loro i titoli di Stato dovrebbero essere valutati con un rating in linea con la rischiosità effettiva. Per noi questo è un aspetto vitale. Ricordiamo che la quota maggiore di titoli di Stato italiani è in mano a banche e istituzioni finanziarie: se quei titoli fossero considerati rischiosi e le banche fossero costrette a riequilibrare i loro portafogli, l’eccesso di offerta di titoli sul mercato che si determinerebbe ci porterebbe rapidamente sull’orlo del baratro e probabilmente oltre.

Sempre Gentiloni, in un’intervista alla Suddeutsche Zeitung, ha dichiarato che il Patto di stabilità va gradualmente modificato. E’ una sortita che ha a che fare con la partita del Mes?

I tavoli sono sempre collegati, per cui si tratta di dosare veti e assensi così da poter raggiungere un certo risultato. Se però la maggiore flessibilità delle regole ha come contropartita un maggior ruolo dei mercati, cioè degli spread e dei rischi di ristrutturazione del debito, non so che guadagno ne potremmo avere. Diciamo così: apprezziamo l’intento di modificare il Patto di stabilità, ma ricordiamoci che l’approccio dell’essere accomodanti sperando che poi ci concedano qualcosa per la nostra buona volontà non mi pare che in passato abbia pagato molto.

(Marco Biscella)

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