FINANZA & MERCATI/ La recessione “invisibile” pronta a scaricarsi sull’Italia

- Paolo Annoni

Le banche centrali devono tenere i tassi molto bassi e le Borse dare rendimenti artificiali per tenere a galla un’economia globale acciaccata

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Nel mese di agosto appena finito si è registrato il numero maggiore di tagli dei tassi delle banche centrali dal 2009, quando il mondo, e con esso la “finanza”, tentava di uscire vivo dal fallimento di Lehman Brothers con tutto quello che ne conseguiva.

Oggi sentiamo parlare della recessione che verrà, ponendo nel futuro una cosa che non vediamo ancora nella vita di tutti i giorni. Ci spieghiamo meglio: i dati della manifattura tedesca o di quella italiana sono già oggi pessimi e lo sono da molti mesi, ma di tutto questo si percepisce ancora poco.

La ragione è che la componente dell’economia relativa ai servizi, ancora il mese scorso, aveva un andamento opposto a quello dell’industria e i consumi tengono ancora, mantenendo a galla, seppure molto acciaccata, l’economia globale.

Aggiungiamo che le aspettative delle imprese sono infinitamente peggiori della fiducia dei consumatori, che in qualche modo è stata preservata. È, in particolare, il consumatore americano che continua a consumare, seppur con tassi di risparmio sempre decrescenti, e a tenere in vita l’economia globale. Questa è la costante dal 2008 che più di mille ragionamenti spiega tanto anche dei rapporti commerciali e politici di questi mesi e di quanto sia credibile la minaccia di una guerra commerciale per il resto del globo, in particolare per l’Unione Europea.

Questa divaricazione tra fiducia dei consumatori e imprese, tra “servizi” e industria è stata resa possibile da tassi eccezionalmente bassi e da Borse sui massimi che non hanno fatto pagare all’investitore medio i timori sullo stato di salute dell’economia globale. Pensiamo, in particolare, alla Borsa americana, in cui nessuno ha ancora visto “recessioni” di alcun tipo. Sono mercati ormai completamente separati dall’economia, tenuti artificialmente in piedi da tassi bassi e da comunicazioni tempestive e accorte delle banche centrali. Mantenere questa “finzione” è diventato un imperativo, perché se le Borse mandassero segnali di sofferenza vera e i consumatori, in particolare quelli americani, smettessero di consumare per l’economia non ci sarebbe scampo. Quindi i tassi devono rimanere bassi e le Borse devono continuare a rimanere un mondo a parte, da cui escono rendimenti completamente artificiali. È lo stesso schema dei rendimenti di alcuni bond periferici dell’area euro.

Noi non sappiamo se e quando questo gioco si romperà; se lo sapessimo, per la cronaca, saremmo milionari da un pezzo. Oggi osserviamo il tentativo di rimandare la recessione il più possibile, forse posticipandolo di 12 mesi in attesa di tempi migliori. Si ripete, però, lo stesso schema del 2008, perché i mercati inondati di liquidità creano inflazione cattiva e moltiplicano le disuguaglianze, facendo esplodere i conflitti nella società. È stata Janet Yellen, alla fine del suo mandato, a scrivere in molteplici occasioni che le disuguaglianze nella società americana non erano mai state così alte. Uno scontento che non appariva sui giornali, che commentavano i successi di Wall Street, ma che si è visto con l’elezione “inaspettata” di Trump.

Portare alle estreme conseguenze lo schema del 2008, perpetuarlo fino ai tassi negativi può essere la soluzione tampone dell’oggi, ma non risolve i problemi.

Questo è ancora più vero in Europa, perché i difetti di costruzione dell’euro hanno permesso di scaricare sulla periferia, e in particolare sull’Italia, gli shock esterni. L’austerity del 2011, con annessa svalutazione dell’euro, ha dato qualche altro anno di vita a una politica economica, quella mercantilista della Germania, che già nel 2009 mostrava tutti i suoi limiti “politici”.

Oggi la Bce potrà stupire con gli effetti speciali, anche solo per i timori di un rafforzamento dell’euro indesiderato, ma per l’economia globale e quella europea in particolare i problemi rimangono tutti irrisolti. La guerra commerciale di Trump è almeno un tentativo di riequilibrare gli squilibri globali pagati dall’americano medio; in Europa, invece, si perpetua lo stesso schema scaricato sulla stessa periferia.

Persino il commissario nominato dal governo italiano più europeista di sempre è stato a sua volta commissariato; il consumatore italiano a differenza di quello americano e di quello europeo già oggi mostra il fiato cortissimo e paga il restringimento creditizio delle banche italiane che solo politiche anti-cicliche, crescita e norme europee più favorevoli al credito potrebbero curare.

 

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