FINE DELLA SINISTRA?/ Stefania Craxi: le due ideologie che l’hanno uccisa

- int. Stefania Craxi

La fine della sinistra, cominciata con Mani pulite, le storture del sistema politico e la necessità di una nuova Costituente

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Stefania Craxi con Gianni De Michelis nel 2001, al congresso del Nuovo Psi (LaPresse)

La salutiamo un po’ impacciati: “Grazie senatore… senatrice”. Lei, Stefania Craxi, ci interrompe: “Senatore, è questo il ruolo istituzionale che rappresento”. Ci parla come assoluta necessità di riformare le istituzioni. “Sono in molti oggi a rimpiangere i tempi della prima repubblica” le diciamo. “Già, ma mia nonna diceva che è inutile piangere sul latte versato” ci risponde.

Manca oggettivamente oggi in Italia un’opposizione seria al governo. La sinistra si limita a balbettare denunce quando vede il figlio di Salvini sulla moto d’acqua della polizia. Fare opposizione è qualcos’altro?

Il moralismo militante che la sinistra ha inoculato nel sistema è tanta parte della loro della loro disgrazia. Il sistema politico oggi è ridotto a mera comunicazione. Ai tempi di mio padre, e mio padre aveva cose da dire, si parlava, si comunicava, oggi si rischia di dire cose senza contenuto.

Si comunica a slogan, intende questo?

La sinistra quella che oggi si definisce sinistra perché sono di sinistra anche io, sono una liberale di sinistra, non è più una categoria politica, come anche la destra. In ogni caso questa che chiamiamo sinistra ha creato uno iato fra sé e la classi popolari.

Cosa intende?

Se uno parla di immigrazione avendo preso a sua misura un’ideologia buonista, non tenendo conto che le migrazioni spaventano di più le classi popolari che non le classi abbienti, non ha saputo cogliere la paura di chi abita in periferia ed è spaventato da questo fenomeno incontrollato, be’ allora credo sia stato fatto un errore enorme.

È un quadro che tocca un po’ tutta la sinistra europea, aver dimenticato le classi più povere?

Sì, l’immigrazione impatta soprattutto sulle classi già povere e quindi c’è la richiesta che questo fenomeno venga controllato in qualche modo diretto. Va detto che la risposta data dalla destra è un po’ scomposta.

In che senso?

Si aggrediscono i sintomi e non le cause del fenomeno. Questo vale anche per tante altre cose. Ad esempio quando la sinistra ha sostituito l’ideologia comunista o post-comunista con quella europeista. L’Europa è diventata un dogma e anche questo ha creato uno iato fra l’elettorato italiano e la sinistra.

Quando inizia storicamente quello che lei chiama iato tra cittadini e sinistra?

Il degrado non solo della sinistra, ma di tutto il sistema politico di cui la sinistra ha tante responsabilità, è cominciato quando si è messa al servizio di un’operazione per tanti versi oscuri come fu quella di Mani pulite, contribuendo a distruggere quel sistema politico di cinque partiti che aveva fatto grande l’Italia, quell’operazione ci ha consegnato l’Italia di oggi.

Non è poca la gente oggi che rimpiange la prima repubblica.

Sì, però è la stessa gente che ha pensato che la politica non debba essere fatta di coraggio, esperienza, abilità e che ha mandato degli scappati di casa al governo del paese.

Sembra che alla sinistra manchi una leadership forte. Che ne pensa?

Scusi, le leadership non nascono dal nulla, si formano nella lotta politica, nel percorso che una volta garantivano i partiti. Nella coscienza, nel confronto giornaliero con la realtà. Avendo interrotto quel meccanismo, la selezione avviene oggi con il favore dei potenti di turno. Non è sufficiente.

Sono stati distrutti quei corpi intermedi che garantivano una crescita politica delle persone, è così?

Sì, garantivano un percorso. La leadership è la capacità di una personalità di indicare la strada, i politici di oggi mi sembrano dei follower invece che dei leader, ovvero seguono quello che il popolo indica. Una leadership deve avere il coraggio di prendere decisioni impopolari per il bene del paese, oggi si prendono decisioni popolari per avere il consenso. Questo riguarda tutto il sistema politico, non solo la sinistra.

Che fare per invertire la situazione?

Distruggere è facile, per ricostruire ci vorrà tempo. Bisogna cominciare a interrogarsi su questioni basilari che riguardano il nostro sistema politico. Lo disse Bettino Craxi nel ’79: ci voleva una grande riforma delle istituzioni. Oggi è lo stesso: serve una riforma istituzionale che ci dia una forma di governo moderno, efficiente, in grado di garantire una legge elettorale conseguente, poi occorre ricominciare a pensare che la politica richiede studio, competenza, esperienza, tanto lavoro. E anche dar meno retta a voi media.

Sono d’accordo con lei, oggi i media sono i veri influencer a base di fake news.

La comunicazione è importante, la propria idea va comunicata, ma non può essere la comunicazione il fine; la comunicazione è il mezzo.

Secondo lei la sinistra può tornare forza politica unita?

Sono categorie in cui faccio fatica a riconoscermi. Sono figlia di un grande leader della sinistra, ma in questi anni sono stata a destra. Si può costruire un progetto politico non su alleanze decise a tavolino, ma su un’idea politica.

Che ne pensa dell’idea di un centro moderato proposta da Berlusconi?

Io credo che uno spazio politico ci sia, non con questa legge elettorale che è ancora fortemente maggioritaria. In questi anni abbiamo affidato l’organizzazione del sistema politico alle leggi elettorali, bisogna fare il contrario. Tornando alla sua domanda, sono convinta che uno spazio moderato e riformista ci sia, bisogna lavorarci, darvi corpo, le leadership vengono dopo.

In sostanza, abbiamo bisogno di una riforma istituzionale, è così?

Quando parlo di riforma parlo di una riforma complessiva che tocchi il sistema di governo, le Regioni, la giustizia, un grande disegno di riforma che possa consentire a questo paese di affrontare il terzo millennio. Quando passerà questa ondata bisognerà ripensare a una grande assemblea costituente che ridisegni il sistema politico. So che suonano parole astratte, la gente dice che con le riforme non si mangia, ma senza riforme non si governa.

(Paolo Vites)

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