FRANCESCO DE GREGORI/ 50 anni con Alice, Bob Dylan e Leonard Cohen

- Paolo Vites

Usciva nell'aprile di 50 anni fa il primo disco da solista di Francesco De Gregori: era nata la nuova canzone d'autore italiana

degregori slide 640x300 Francesco De Gregori negli anni 70

Per un cantautore come Francesco De Gregori, reo confesso di “aver copiato Bob Dylan” (lo disse nel corso di una intervista con Gianni Minà del 1980), è curioso riascoltando il suo disco di esordio uscito 50 anni fa ascoltare quanto le canzoni in esso incluse paghino piuttosto un debito profondissimo con l’altro poeta della canzone rock, il canadese Leonard Cohen.

L’autore di Suzanne è ovunque, in questo disco. Lo è in modo evocativo (Marianne al bivio è la stessa di So Long, Marianne mentre nel testo la frase “Suzanne mi dà la mano come prima” è una evidente citazione del classico di Cohen); lo è nell’approccio musicale: scarno, minimale, altamente melodico. Lo è nel testo di La casa di Hilde, che ricorda molto quello di Story of Isaac.

D’altro canto l’influenza di Cohen, che nessuno stranamente cita mai quando si parla di De Gregori, è sempre rimasta ben presente nella carriera del cantautore romano. Basti pensare al brano Per brevità chiamo artista, del 2008, un valzer lento che presenta, nel testo e nell’arrangiamento, chiari riferimenti alla canzone The Window, inclusa nell’album Recent Songs, o al sottotitolo di Calypsos, “Nove canzoni nuove” che riecheggia quello di una allora recente disco di Cohen, Ten new songs. Certo, a Dylan De Gregori ha dedicato un intero disco di canzoni tradotte, mentre di Cohen ha tradotto solo un paio di canzoni: Tonight will be fine e The Future. Ma non solo: ci sono echi battistiani ne Il ragazzo, gli stessi che troveremo più avanti in La leva calcistica della classe 68.

Scavando ancora in questo album, potremmo trovare anche l’eco di Nick Drake in I musicanti soprattutto nell’arrangiamento orchestrale che magari fu un riferimento voluto dal co-produttore e co-arrangiatore Edoardo De Angelis.

Alice non lo sa, pubblicato nell’aprile del 1973, nonostante il suo autore abbia rimosso completamente le canzoni contenute, a parte ovviamente Alice, è un disco variegato, ricco di spunti e influenze come quasi sempre succede in un’opera prima in cui l’autore getta come in uno sfogo tutto quanto ha accumulato nei suoi anni di gavetta. Ad esempio, c’è un brano fortemente rock, un genere musicale che De Gregori avrebbe cominciato ad avvicinare solo un decennio dopo, come la splendida Saigon, scritta sulle ali dell’entusiasmo per la svolta vincente dei Vietcong nella guerra in Vietnam grazie agli accordi di Parigi del gennaio 1973 con la chitarra elettrica del bravissimo bluesman romano Roberto Ciotti, così come c’è un tocco di progressive nel roboante finale batteristico di 1940.

A proposito di questo brano, che chiude il disco, quando, nel 2009, ci trovammo a casa sua per le interviste che sarebbero state pubblicate nei volumetti di accompagnamento alla sua discografia, De Gregori mi disse che rifletteva lo spirito del tempo: “Fu una guerra idealizzata e la prima vista in televisione. Tutti facevamo un grande uso della parola rivoluzione e sembrava facilissimo dividere il mondo fra buoni e cattivi. La fantasia stava andando al potere. E tutto il disco di Alice è immerso nello spirito di quel tempo, un tempo in cui forse ci immaginammo migliori di quello che eravamo”. C’è la guerra anche in 1940 che narra l’Italia del 10 giugno attraverso la prospettiva della madre del cantautore che aspetta l’autobus e intanto la gente legge sui giornali che l’“uomo coi baffi” (Hitler) è arrivato a Parigi: “È una fotografia dell’ingenuità dei molti che non avevano idea degli orrori che aspettavano dietro l’angolo” dice al proposito De Gregori.

Paradossalmente, Saigon è l’unica canzone che parla un linguaggio diretto, privo di metafore e di quello che fu definito “ermetismo” (termine rigettato con fastidio dal cantautore). Al sottoscritto De Gregori disse che dietro i testi di quel disco c’erano “letture disordinate e compulsive, film, canzoni. Lo stream of consciousness dell’Ulisse di Joyce, le libere associazioni dadaiste, film come 8 e 1/2, Blow up, l’America di Kerouac e quella di Andy Warhol”.

Alice non lo sa è un disco di rottura nel panorama cantautorale italiano: De Gregori introduce il linguaggio spezzato nelle canzoni, dove non c’è necessariamente una storia sola, ma tante, un linguaggio mutuato dal Dylan più anfetaminico degli anni 60. Ma introduce anche e soprattutto nella canzone italiana fino ad allora legata per lo più a quella francese o alle radici popolari del nostro paese, l’America spumeggiante, ribelle e iconoclasta di quel periodo storico. “Alice fu sicuramente una novità per quei tempi” mi raccontò De Gregori nel corso delle nostre conversazioni. “Ma è certo che quei tempi erano maturi per un cambiamento forte nel modo di scrivere i testi. Nel mondo c’erano i Beatles, Dylan, Donovan. C’era stata una vera e propria rivoluzione musicale, era nata una nuova cultura giovanile e l’Italia sembrava ancora inchiodata alla rima cuore-amore. Qualcosa doveva succedere e successe e molto fu dovuto proprio grazie alla musica dei cantautori”.

C’è anche la denuncia del moralismo borghese imperante nei primi anni 70, nella canzone che intitola il disco, l’ipocrisia dei tanti matrimoni frutto delle regole e dei doveri e il loro rifiuto, e anche l’uso di parole coraggiose tanto da subire la censura: il mendicante arabo con “un cancro nel cappello”, diventa “qualcosa nel cappello” per evitare la censura della Rai. C’è un argomento tutt’oggi tabù, come il suicidio, in Irene, che nel gioco di specchi e rimandi che si rincorrono in questo disco appare anche in Alice, “tranquilla che si guarda nel specchio e accende un’altra sigaretta”.

A questo disco Francesco De Gregori era arrivato dopo l’album condiviso con l’amico Antonello Venditti, quel Theorius Campus in cui era stato messo in ombra dal talento già sbocciato del collega capace di un brano come Roma capoccia. Anche Alice non lo sa sarebbe stato un flop commerciale, solo 6mila copie vendute, mentre il singolo Alice al Cantagiro si classificò ultimo. Poco male, perché il successo sarebbe stato dietro l’angolo, bisognava aspettare solo un paio di anni per Rimmel.

Restano gli acquarelli giovanili di un artista che avrebbe per sempre cambiato la canzone italiana, innamorato della vita e del suo mistero: “Come è piccola la gente, e come è grande il cielo”.

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