FRATELLI TUTTI/ Cosa ci dice il Papa sull’organizzazione delle aziende

- Giorgio Fiorentini

Potrebbe sembrare un azzardo e una forzatura culturale leggere la Lettera Enciclica “Fratelli Tutti” in chiave di economia aziendale. Ma non lo è

Papa Francesco
Papa Francesco nella Biblioteca Vaticana (LaPresse, 2020)

Potrebbe sembrare un azzardo e una forzatura culturale leggere la Lettera Enciclica “Fratelli Tutti” in chiave di economia aziendale e nell’ambito delle scienze sociali. Così non è se pensiamo che l’impresa-azienda è un’organizzazione vivente composta da Valori e Valore gestiti da donne e uomini che abitano l’impresa come ecosistema e luogo  di vita nel più ampio ecosistema-mondo. Questa riflessione fa proprie le considerazioni dell’enciclica che auspica il dialogo “con tutte le persone di buona volontà” (6). 

Sono 8 capitoli e 287 punti che si sviluppano sulla figura di San Francesco e sulla parabola del Buon Samaritano, e poi, con uno “zoom” selettivo, su temi quali la fraternità universale (…50, 142, 173…) e politiche di respiro internazionale, sulla governance del mondo. E ancora sulla solidarietà inseparabile dal principio di sussidiarietà (187), sulla pace e la guerra, sui movimenti migratori, sul dialogo, sull’amore sociale, sulla gentilezza e sulla tenerezza, sulla pena di morte e così via. Tutte relazioni che prevalentemente si relazionano a un approccio macroeconomico e di strategia mondiale.

Sottotraccia c’è però una domanda microeconomica e di economia aziendale: quali istituti-aziende-organizzazioni legano la natura spirituale dei temi universali dell’enciclica con quella dell’applicazione sociale, popolare e ontologica degli effetti? Chi fa da tramite? Chi traduce ed esprime concretamente la solidarietà “come virtù morale e atteggiamento sociale” (114) “in servizio” (115)? Quale impresa-azienda emerge dall’enciclica?

Una caratteristica necessaria è l’imprenditorialità sociale che sottende le imprese-aziende; essa è “una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti…Quindi “capacità economiche e tecnologiche” (123) al servizio del bene comune e strumenti di gestione della proprietà privata sulla quale si innesta la “destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso” (123). Questo non è un attentato alla proprietà privata ,ma un sancire che la responsabilità sociale, di tutte le imprese-aziende, considera l’integrazione equilibrata fra valore d’uso e valore di scambio. Il concetto di equilibrio, in economia aziendale, è fondamentale perché è inteso come massimizzazione relativa dei risultati economici e meta- economici.A fronte della migliore combinazione delle risorse e della remunerazione dei fattori produttivi, che devono perseguire obiettivi di reddito positivo da distribuire agli shareholders-stakeholders e da reinvestire nell’azienda per dare una continuità al dinamismo in arco temporale breve, medio e lungo periodo a favore degli stakeholders. L’equilibrio economico delle imprese-aziende è dato dalle condizioni-vincolo per un’autonoma esistenza di imprenditoria sociale. 

In sintesi, anche nominalistica, tutte le imprese-aziende devono essere sociali e a impatto sociale misurabile e valutabile. L’impresa-azienda è “sineddoche” dell’impresa sociale. Essa è la “locanda” ove il buon Samaritano ha potuto “risolvere ciò che lui da solo in quel momento non era in condizione di assicurare” (165). E la sussidiarietà è contesto di approccio macro e microeconomico e filiera fra privato profit-non profit e pubblico “che garantisce la partecipazione e l’azione delle comunità e organizzazioni di livello minore, le quali integrano in modo complementare l’azione dello Stato” (175). 

Questa filiera ha risultati ambientali, sociali e di governance quasi tutte le imprese -aziende (si veda il mantra degli SDGs – The 17 Sustainable Development Goals – e dell’ESG -Environmental, Social, Governance). Questo non vuol dire “omogeneizzare la società, ma sicuramente ci permette di lavorare insieme. Può unire molti nel perseguire ricerche congiunte in cui tutti traggono profitto” (228). Il profitto dell’impresa sociale non può essere inteso come massimizzazione assoluta del profitto, ma sua massimizzazione relativa per mantenere un equilibrio orientato al lungo periodo. 

Integrando il concetto di impresa sociale con la sussidiarietà, in logica economico-aziendale, l’imprenditorialità sociale( formula imprenditoriale sociale) è dinamismo aziendale basato su: intenzionalità sociale e “purpose” (Aristotele e filosofia stoica che distingue il tèlos-fine immanente e ragione dell’agire- e lo skopos-obiettivo concreto e di valore dell’agire), misurazione, addizionalità, continuità sussidiaria, massimizzazione relativa del profitto. 

Se ci focalizziamo sulla sussidiarietà aziendale (filiera sussidiaria), che è sostanza della sussidiarietà, si prospetta un’integrazione di tipo aziendale fra il privato non-profit e profi ; un insieme di aziende private che strutturano una “partnership” con le aziende pubbliche per avere risultati di filiera finalizzati al bene comune.In tempo di Covid-19 l’hashtag #tuttinsiemecelafaremo rischia di essere estetica comunicativa e “parola d’ordine” se non diventa un fatto organizzativo e di efficacia di processo. 

La massimizzazione relativa del profitto orienta l’agire aziendale massimizzando il risultato di “equilibrio economico” che consiste in una corretta ed equilibrata remunerazione dei fattori produttivi della produzione di beni/servizi con un orientamento/non vincolo (di lungo periodo); anche conseguire risultati positivi di bilancio da reinvestire nel sociale.Ci confortano, almeno in termini di principio ed “effetto annuncio” dichiarato, gli interventi di “Larry” Fink, ceo di BlackRock, il più grande fondo d’investimenti del mondo (“To our sharehoders” – lettera 2019 e “Una completa trasformazione della finanza” – lettera 2020) e anche il Manifesto della Business Roundtable (19 agosto 2019), dei 181 top manager delle più importanti imprese Usa, in cui si dichiara che la massimizzazione assoluta del profitto non è l’imperativo categorico e teleologico delle aziende. La gentilezza e la tenerezza non sono un “bon ton” aziendale, ma fanno parte della formula imprenditoriale sociale ove  “dire”, in azienda,”permesso, scusa, grazie” significa integrare gli attori della catena del valore interna e sviluppare la redditività. È il noi aziendale che supera l’io autoreferenziale. “Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi'” (35).

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada…” (Mt 10,34-36): in una conflittualità dialettica utile a trovare efficacia delle parole dette.  Tutte le imprese sono sociali e stanno sul mercato ove però “il mercato da solo non risolve tutto” (168).

Non basta la beneficienza che nasce dal surplus dei profitti per promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale, perché sia possibile aumentare i posti di lavoro invece di ridurli”.  

Enciclica “Fratelli tutti”: quale impresa? Quella che integra, in modo equilibrato e operativo, la sacralità dei fini con il senso “profano” degli strumenti aziendali. 

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